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Derek Jeter ha, nella bacheca dei propri trofei, tre Gold Glove.
Per ottenerli non ha dovuto comprare un barattolo di vernice spray, come ebbe una volta a dire Reggie Jackson, ironizzando sulla propria inettitudine difensiva.
Ragionando sulle parole, “guanto d’oro” è un’allocuzione che ben si adatta allo shortstop yankee: praticamente ogni palla che Jeter raggiunge entra – brevemente ma sicura - in suo possesso, per essere poi recapitata accuratamente al prima base.
Le ultime 20 parole possono essere riassunte in un unico numero, la sua fielding percentage.
L’idea di Gold Glove è però differente: nell’immaginario collettivo, e nella definizione sulla targhetta del trofeo, il vincitore del Gold Glove è il miglior difensore della lega nella propria posizione.

Che cosa si richiede al miglior difensore?
Di raggiungere il maggior numero di palle battute nella sua zona, raccoglierle con sicurezza e completare un out, magari anche due; quando non si può eseguire l’out, un nobile obiettivo – nonché utile alla causa della squadra - è limitare la conquista delle basi da parte dei corridori avversari.
Per farla breve, il gold glove deve aiutare il proprio lanciatore a prevenire punti.
E’ questo un compito che Jeter ha eseguito con diligenza, anzi, eccellendo tra i suoi pari?
Da qualche anno è possibile rispondere a questa domanda con una precisione che era impensabile quando le uniche rivelazioni relative alla difesa erano PO, A e E.
Forse non esiste ancora lo strumento che risolva ogni diatriba circa la competenza col guanto, ma ne abbiamo a disposizione diversi in grado di distinguere i più capaci dai più scarsi.

Grafico 1 - Il Range di Derek Jeter (Fonte BaseballMusings - clicca qui per vedere i grafici di tutti i giocatori).
Il grafico che vedete è opera di David Pinto e ci infirma che Derek Jeter è un interbase sotto la media.
L’asse orizzontale è una proiezione del campo in una dimensione.
Immaginate di potervi posizionare con gli occhi esattamente a livello dell’erba; sull’estremo sinistra del vostro campo visivo c’è il cuscino di terza e proseguendo verso destra trovate la seconda (indicata nel grafico).
La linea actual outs raffigura, per ogni zona del campo, il numero di battute convertite in out da Derek Jeter: come prevedibile, la maggior parte delle azioni di successo (per la difesa) avvengono nella zona intermedia tra le due basi, dove normalmente è posizionato uno shortstop.
Allontanandosi dalla “posizione di partenza” la linea degli out perde quota, andando verso i “buchi” o le zone di competenza di altri difensori.
La linea predicted outs indica il numero di eliminazioni che effettuerebbe – in ciascuna zona - un interbase medio, disponendo delle stesse occasioni di Jeter: il concetto è assolutamente analogo a quello degli RBI attesi, esplicato in un precedente articolo del Prof Pepper.
La linea tratteggiata rappresenta la differenza tra actual outs e predicted outs: le zone in cui si assesta sopra lo zero segnano punti di forza del difensore; valori negativi significano che la palla passa più facilmente.
I predicted outs sono stimati da Pinto tenendo in considerazione, oltre alla direzione della battuta, la velocità e il campo in cui si gioca (diverse condizioni dell’infield possono rendere variabile la difficoltà di palle altrimenti identiche; vedere i Park Factor nella parte iniziale dell’articolo “Chi gioca in prima base”).
Adam Everett non ha gold glove al proprio attivo.
John Dewan, autore della Fielding Bible, in cui introduce un sistema di valutazione difensiva simile a quella di Pinto, scrive in un articolo sull’edizione 2007 dell’annuario di The Hardball Times: “il titolo della migliore infield defense è una battaglia tra i Detroit Tigers, i San Diego Padres e Adam Everett”.
Prosegue spiegando che l’intero diamante dei campioni dell’American League ha totalizzato 46 out in più di quanto avrebbe fatto un infield medio, i Californiani hanno smarcato a +44 e gli Houston Astros a +47: di questi 43 di esclusivo merito di Everett.

Grafico 2 - Il Range di Adam Everett (Fonte BaseballMusings - clicca qui per vedere i grafici di tutti i giocatori).
La scelta di confrontare le abilità col guanto di Jeter e Everett non è una trovata originale di Prof Pepper: la già citata Fielding Bible si apre con un capitolo firmato da Bill James che ha come oggetto proprio Adam contro Derek.
In questa sede faremo dell’altro.
Mazza in mano i valori si invertono: da una parte abbiamo una pedina fondamentale di un line-up stratosferico; dall’altra uno che non è nel nono slot solo perché si trova in National League.
L’ultima stagione ha rappresentato il punto più alto della splendida carriera offensiva di Jeter; contemporaneamente il 2006 ha sancito l’arrivo di Everett sull’Everest delle prestazioni difensive.
E’ possibile confrontare l’eccellenza nelle due sfere del baseball in una comune unità di misura?
Ovvero, possiamo stabilire se è meglio avere un interbase in lotta per il batting title o un interbase che divora ogni battuta avversaria sul lato sinistro del diamante?

Per prima cosa ci serve un numero che riassuma l’attacco.
Varie misure sono state proposte dagli analisti del baseball per convertire una linea statistica offensiva in termini di punti contribuiti: Linear Weights, BaseRuns e Runs Created sono i nomi di alcune delle più note.
Cenni sulla prima sono presenti in “Chi gioca in prima base” e “AL MVP Revisited”; oggi ci affideremo all’ultima – ideata da Bill James - solo in quanto più rapidamente disponibile.
Secondo tale formula, lo scorso anno Jeter ha creato – con le sue 214 valide, di cui 39 doppi, 3 tripli e 14 HR, le sue 69 BB, etc. - per gli Yankees 139 punti, meglio di ogni altro giocatore che nel 2006 abbia indossato le pinstripes (A-Rod 118, Giambi 111).
Everett con la sua anemica media di .239, ne ha prodotti per gli Astros solo 52.
Confrontando con valori medi, il numero 2 di New York è a credito di 52 punti; il numero 28 di Houston è sotto di 31.
Il concetto di out eseguiti sopra la media, cardine del sistema “plus/minus” su cui si fonda la Fielding Bible (2005) era stato adottato da Pinto nel suo “Probabilistic Model of Range” (PMR) intorno al 2002.
In quel periodo Prof Pepper apriva i battenti e, ignaro dei lavori che procedevano altrove, compiva uno studio sperimentale – mai pubblicato - su Ozzie Smith e i suoi contemporanei, con metodi analoghi.
Nel panorama delle metriche difensive fu però Michael G. Lichtman – e il suo “Ultimate Zone Rating”, abbreviato in UZR - ad avere il maggiore impatto.
Il lavoro di Litchman, del tutto simile a quello di Pinto, si spingeva oltre, misurando il contributo difensivo in termini di “punti salvati”.
Come arrivava a tale numero?
Prendiamo una palla battuta lenta nel buco tra SS e 3B; calcoliamo la proporzione di occasioni in cui (in MLB) tale battuta si conclude in un out, in un errore, in un singolo, etc. Utilizzando la tabella dei punti attesi che costantemente fa capolino in queste pagine, si può calcolare il valore in punti medio della “rimbalzante lenta nel buco” e, conseguentemente, i punti salvati da un particolare giocatore sulla “rimbalzante…”; va da sé la somma dei punti salvati dal difensore rispetto a ogni tipo di occasione.
Per chi si voglia chiarire un po’ le idee, consiglio di rileggere “Mettete palline nei vostri cannoni” o “RBIs – una questione di pari opportunità”, che applicano metodi simili ad altri aspetti del gioco.
David Pinto accantonò il proprio progetto sul PMR, riconoscendo l’estrema similitudine con l’UZR di Litchman che, avendo già compiuto la conversione in punti salvati, era già più avanzato.
Il popolo della rete ebbe a disposizione gli UZR di tutte le stagioni tra il 1998 e il 2003; poi Litchman fu assunto, in qualità di analista, dai Cardinals e non ebbe più la convenienza a pubblicare i propri numeri.
Pochi giorni fa Litchman ha concesso nuovamente al volgo i risultati del proprio lavoro, coprendo le stagioni 2004–2006 e i primi due mesi del 2007.
Nel frattempo, da quando gli UZR non erano più di pubblico dominio, Pinto aveva riesumato il suo PMR, cosicché oggi disponiamo di entrambe le metriche.
Secondo l’Ultimate Zone Rating, nel 2006 Adam Everett ha salvato, con le proprie prodezze all’interbase, 51 punti ai lanciatori degli Astros, in assoluto la migliore prestazione difensiva da quando esiste il sistema di valutazione di Litchman.
L’UZR di Derek Jeter è invece di -15, ovvero gli Yankees hanno subito 15 punti in più di quanto sarebbe accaduto se avessero schierato un interbase di livello difensivo medio.
Abbiamo quasi raggiunto la possibilità di confrontare simultaneamente l’apporto con la mazza e quello col guanto.
“Quasi” perché, contrariamente a ciò che sembrerebbe intuitivo, un punto salvato non vale quanto un punto creato.
L’obiettivo ultimo del baseball è, come per ogni sport, la vittoria: essa, ovviamente, è fortemente correlata ai punti segnati e subiti da una squadra.
Negli anni ’80 Bill James propose una formula tramite cui predire, con buona accuratezza, la winning percentage di ogni squadra, partendo dai punti che essa segna e subisce.
pW% = RS^2/(RS^2+RA^2)
dove RS=punti segnati
RA=punti subiti
Pythaagorean Winning Percentage - La formula originale di Bill James.
La formula, nota come Pythagorean Winning Percentage, è stata successivamente ritoccata nell’esponente, ma resta di fondo valida.
Nel 2006 la squadra media MLB ha segnato (e, ovviamente dato che parliamo di media, subito) 787 punti; sostituendo nella formula di James i punti segnati e quelli subiti con il valore 787, otteniamo – come deve essere - .500.
Supponiamo che questa squadra media esista davvero, e che possiamo sostituire (solo in difesa!) il suo interbase con Adam Everett: ci aspettiamo che tale formazione segni ancora 787 punti, ma ne subisca 51 in meno; la nuova W% sarà pari a .533.
Prendiamo invece un ipotetico interbase, assolutamente neutro in difesa, che “crei” in attacco 51 punti (ovvero quelli salvati da Everett); la squadra che segna 835 punti e ne subisce 787 ha una W% pari a .531.
Dunque un punto salvato vale più di un punto creato: con qualche passaggio algebrico si può determinare che i 51 punti evitati di Everett valgono quanto 54.534 punti prodotti in attacco.
Non era necessario scrivere un articolo tanto lungo per dire che, tutto sommato, Jeter è più forte di Everett, che il suo contributo offensivo più che compensa il limitato range in diamante (mentre la mazza dell’altro è talmente “scarica” da vanificare una difesa stellare).
Era necessario, però, prodursi in tutti i ragionamenti fatti per aver occasione di quantificare l’apporto difensivo; credo non sia cosa da poco poter dire che la stagione difensiva di Everett, più o meno, equivalga a 214H, 39 2B, 3 3B, 14 HR e 69 BB conquistati in attacco… o che quanto fatto allo shortstop da Jeter sia l’analogo di quanto ottenuto col bastone da Willie Taveras, compagno di squadra di Everett.
In chiusura vi lascio con gli UZR dei due protagonisti del racconto relativi agli ultimi 3 anni: quale dei due si è aggiudicato il Gold Glove in tutte e tre le occasioni?
| Anno |
Derek Jeter |
Adam Everett |
| 2004 |
4 |
28 |
| 2005 |
-9 |
31 |
| 2006 |
-15 |
51 |
Tabella 1 - UZR di Jeter e Everett (2004-2007) - fonte Michael Litchman.
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