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Introduzione (Warmin’ Up).
To sacrifice, or not to sacrifice, that is the question.
Wether 'tis better to the average to suffer
The absence and lack of base hits,
Or take chance against a lot of fielders
And by slugging make them. To find - to fan
No more, and by a drive, to say we end
The strike out, and the thousand natural slips
This flesh is heir to: 'tis a consummation
Devoutly to be wished. To find - to fan -
To fan! perchance to touch - ay, there's the rub
Immaginatevi Tony LaRussa, con un teschio in mano – o semplicemente un elmo da battuta –, che pondera l’eventualità di spingere Eckstein in seconda, al prezzo di un out, per averlo in posizione punto quando entra nel box il suo migliore battitore.
Con buona probabilità tutto ebbe inizio negli anni ’80 del XIX secolo, quando Dickey Pearce metteva a segno numerose valide grazie alle sue “tricky hits” – che oggi definiremmo bunts.
Nel 1889 la voce “sacrifice” fece la propria comparsa sui box score del New York Times, che intendeva così “promuovere più team-work tra i giocatori”; quattro anni dopo ci fu la ufficiale consacrazione: un turno terminato con un sacrificio non sarebbe più stato considerato ai fini del calcolo della media battuta.
Era il 1893, la guida Reach parodiava Shakespeare con i versi con cui abbiamo aperto, e iniziava la singolare diatriba sull’opportunità di una strategia che commercia un’eliminazione con un avanzamento dei corridori sulle basi.

Utilizzo della smorzata di sacrificio nel corso degli anni.
Il grafico dei sacrifici effettuati da ciascuna squadra mediamente in un incontro evidenzia la crescente popolarità della tattica a inizio secolo (il XX), fino a stabilizzarsi, per tutti gli anni ’20 completi, tra le quote 1.2 e 1.4: ve lo immaginate un baseball in cui, per ogni incontro a cui assistete, potete star certi di vedere 2 o 3 bunt? Quel periodo è definito Deadball Era, e la sua fine è ben visibile dal precipizio nel grafico degli SH.
Seguono un lento declino, la separazione delle linee di National e American League successiva all’adozione del battitore designato da parte di quest’ultima (1973); un apparente assestamento poco sopra 0.4 per la lega più vecchia e una ancora accentuata corsa verso il basso per l’altra.
Nel frattempo la smorzata di sacrificio è stata alternativamente elogiata, attribuendole alcuni significati profondi che vanno ben al di là del campo da baseball, e massacrata quale scelta che non porta alcun beneficio.
Nel baseball non esiste un orologio; prendendo in prestito le parole di Roger Angell, “il tempo è misurato in out”…evita gli out e “hai sconfitto il tempo. Rimani giovane per sempre”.
Gli oppositori del sacrificio, in termini senz’altro meno poetici, seguono più o meno tutti questa linea; se Moneyball (e quanto è avvenuto appresso) è un esponente attuale della fazione, è bene ricordare l’icona dell’anti-“small ball”, ovvero Earl Weaver, con le sue teorie di “pitching, defense and the three-run homer” e che “se giochi per segnare un punto, è tutto quello che otterrai”.
Dal canto opposto si sostiene che proprio quel punto può essere quello decisivo; a chi reputa che è un errore spremere il gioco nei primi inning viene ribattuto (Gene Mauch) che un punto al primo vale quanto un punto al nono.
Eccovi dunque servito un antipasto di quanto arriverà con le prossime puntate della buntologia.
Ci saranno punti di vista (divergenti, ovviamente), analisi vecchie e recenti… e approntate “ad hoc” per queste pagine, aneddoti, riflessioni e… non è già abbastanza?.
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