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Prima Parte (Manufacturing Runs).
Se non sapete che cos’è Moneyball, vi consiglio un giro nella rete: digitate “Moneyball” sul vostro motore di ricerca preferito e preparatevi alla valanga.
Prima di avventurarvi a scegliere casualmente tra i link che vi sono stati proposti, vi suggerisco un vecchio articolo del Prof Pepper, recensione del libro che ha scatenato la guerra. Se volete documentarvi un altro giorno su Moneyball, mi limiterò a fornirvi una manciata di chiavi relative al fenomeno, che saranno utili nel prosieguo della lettura.
Moneyball è…
- individuare beni necessari;
- assicurarseli al minor prezzo possibile.
Molto semplice, no? Non una gran scoperta: il mercato esiste da quando l’uomo è diventato più o meno sapiens, e le sue leggi non ci sono state rivelate ieri.
Nell’industria del baseball, in effetti, sì: nonostante soldi grossi circolino da parecchio tempo, il primo che ha provato ad attuare le due banali regole si è trovato, a dispetto di un budget tra i più limitati dell’ambiente, a costruire una delle formazioni più competitive dell’ultimo quinquennio.
Billy Beane, GM di Oakland dal 1998 e protagonista di Moneyball, individua come bene necessario assoluto gli out… o meglio, evitare gli out: nulla più di quanto avesse evidenziato Earl Weaver alla guida degli Orioles negli anni ’70 (dedicheremo a lui ampio spazio).
| Ci sono solo tre [out] in un inning e dovrebbero essere tesaurizzati. E' un fatto così basilare che i tifosi qualche volta se lo dimenticano, ma un inning non dura quindici minuti o sei battitori o venti lanci; dura tre out. Danne via uno e stai rendendo ogni cosa più difficile per te stesso.
Earl Weaver |
Di conseguenza, i giocatori che compongono, stagione dopo stagione, la rosa degli Athletics devono essere difficili da eliminare, ovvero avere una elevata On Base Percentage (se arrivi in base non sei out… lapalissiano!).
Incidentalmente, e questo ci fa entrare nel merito della nostra questione, il modo migliore di evitare out è non eleggere di regalarne di propria sponte (e qui siamo al limite della tautologia).

Sacrifici effettuati da Oakland e Minnesota negli ultimi 30 anni (i nomi sono quelli dei rispettivi manager)
L’apparizione di Beane è evidente nel grafico: Art Howe è convertito alla linea strategica del suo GM, le Sacrifice Hits degli A’s scendono progressivamente sotto il livello medio dell’American League; la tendenza proseguirà anche al cambio di timoniere (Macha subentra a Howe dal 2003).
I verde-oro dell’era Beane eseguono meno smorzate (la metà) di quanto facessero i loro predecessori nella Baia ai tempi di LaRussa, quando il lineup contava su Henderson, Canseco, McGwyre, Steinbach… gente che non dovrebbe aver bisogno di small-ball (quel gruppo arrivò, in un’occasione, a segnare homerun con 8 giocatori diversi in un incontro).
Perché ci sono anche i Twins nel grafico? La franchigia del Minnesota gode pure di un recente successo ottenuto, anche in questo caso, “sottocosto”; al Metrodome, però, non si gioca a Moneyball: scouting tradizionale per valutare i giocatori e, dall’avvento di Ron Gardenhire nel dugout, bunt per vincere le partite.
Due filosofie opposte, entrambe vincenti.
| Devi costruire i punti nella postseason. [...] Devi fare accadere le cose nella postseason.
Joe Morgan |
Nel 2002, alla vigilia della sfida playoff tra le due compagini, la stampa specializzata – e gli esperti in genere – si premuravano di allertare il popolo che il gioco statico degli A’s doveva mutare, perché nella post season il baseball è diverso e non si può vincere senza bunt.
A parlare per tutti fu Joe Morgan che, dalla cabina di commento, non mancò in alcun incontro della serie di erudire i telespettatori sul difetto di Oakland: non “costruire” i punti.
Per sicurezza, Billy Beane convocò lo staff tecnico prima dell’inizio della sfida. Porse al manager e ai coach un foglio con le statistiche offensive di A’s e Twins. Minnie aveva chiuso la stagione con una media battuta superiore (+.011 sui Californiani) e una slugging migliore (+.055); nonostante ciò aveva messo a segno 32 punti in meno rispetto ai verde-oro. Il motivo dell’anomalia, il GM catechizzò i tecnici, risiedeva nei 42 colti rubando in più (subiti) e nel numero doppio di sacrifici effettuati.
Messaggio della seduta: si continuava con le strategie della regular season.
| Stavano provando a manipolare il gioco anziché lasciare che il gioco venisse a loro.
La matematica funziona. Ma non importa quante volte lo provi, devi sempre provarlo un'altra volta.
Billy Beane |
Morgan introdusse all’audience gara 1, spiegando che in post season i punti bisogna costruirli, che se “ti siedi e aspetti il fuoricampo da tre, rimarrai seduto ad aspettare”.
La partita iniziò con il leadoff di Oakland Ray Duram, che conquistò una base su ball, seguito dal doppio di Scott Hatteberg e dal fuoricampo da tre di Eric Chavez.
Minnesota vinse la serie.
I giornali della Baia seguirono il commentatore televisivo, nonché Hall of Famer, e le sue teorie: “gli A’s non sanno come ‘costruire’ i punti, il che li uccide nelle partite strette di post season, il manager Art Howe che credeva nel ‘little ball’ prima di venire agli A’s si è talmente abituato all’approccio base-homer che non è in grado di adattarsi alla post season”.
Le partite strette furono in realtà un 9 a 1 e un 8 a 3 per Oakland e un 7-5, un 11-2 e un 5-4 per Minnesota.
Joe Morgan potè scolpire il proprio pensiero: “gli A’s perdono perché non sono bi-dimensionali. Hanno un buon parco lanciatori e provano a battere fuoricampo. Non usano la velocità e non provano a costruire punti. Aspettano l’home run. Stanno ancora aspettando”.
Il credo di Beane, come si vede nel grafico, non è cambiato; in fondo, in quei playoff in cui non avevano saputo “costruire” i punti, ne avevano segnati 5.5 a partita, contro i 4.9 messi sul tabellone durante una regular season da 103 vittorie.
Torniamo, per concludere, al foglio di quella riunione di inizio serie.
Diversi analisti, da ormai 30 anni, hanno proposto formule, più o meno semplici dal punto di vista della comprensione e del calcolo, e variabili per precisione, che stimino i punti che una formazione dovrebbe segnare sulla base del proprio output offensivo (basi ball, singoli, hr…).
Secondo il modello di David Smith, che va sotto il nome di BaseRuns, ci si attende che una squadra che in regular season ha la seguente linea statistica
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AB |
1B |
2B |
3B |
HR |
BB |
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5558 |
1450 |
279 |
38 |
205 |
609 |
segni 807 punti; una che invece si comporta così
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AB |
1B |
2B |
3B |
HR |
BB |
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5558 |
1450 |
279 |
38 |
205 |
609 |
dovrebbe farne 786.
Le due squadre sono, ovviamente, Oakland e Minnesota nel 2002; i rispettivi tabelloni hanno assommato 800 e 768 punti. Entrambe hanno prodotto meno del previsto, ma la perdita dei Twins è maggiore: possiamo confermare la tesi Beane su questo dato?
Non così in fretta.
Molti fattori concorrono a segnare un numero di punti diversi da quello che è “nelle mazze” di una squadra: le scelte sui sacrifici potrebbero essere uno di questi, ma ci sono anche la costruzione del lineup, i corridori eliminati sulle basi (CS, DP), e tanto altro tra cui, non ultima, una buona componente di fortuna.

Differenza tra punti segnati e punti attesi - Oakland e Minnesota, 1976-2005.
Nonostante il rigore matematico nella gestione delle strategie, la produzione di punti di Oakland ha costantemente oscillato sopra e sotto il valore atteso nell’epoca Beane. Interessante invece che, da quando Gardenheire guida i Twins, questi sono sempre sotto la soglia prevista.
Ultimo esperimento.
Le squadre che negli ultimi trent’anni hanno sacrificato di più in American League hanno segnato in media ½ punto meno del previsto; quelle che hanno sacrificato di meno hanno chiuso, mediamente, a +7.
C’è qualche indizio, ma siamo molto distanti dall’avere una prova.
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