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L’inverno è appena iniziato e vi trovate nel vostro ufficio di General Manager di una squadra di Major League: anche nella passata stagione il traguardo dei playoffs vi è sfuggito di una manciata di partite, e questi sono i giorni in cui bisogna aggiustare l’organico per non fallire di nuovo in estate.
Squilla il telefono, ed è la prima offerta della settimana.
Dall’altro capo del filo qualcuno vi sta proponendo un lead-off che batte sui .380, ruba basi a richiesta e copre tanto campo che i vostri rightfielder e leftfielder potete legarli ai rispettivi pali di foul.
Vorreste chiedere cosa dovete sborsare per questo centerfielder, ma il vostro interlocutore non ha finito: ha tra le mani un ricevitore, difensivamente niente male, con la peculiarità di bastonare frequentemente la palla a 500 ft. dal piatto.
Anche questo non vi sembra male, visto che viaggia pure a .340, ma il buon uomo ha tenuto il pezzo forte per ultimo: il pitcher dalla palla più veloce, dal controllo più fine e dalla varietà di lanci più incredibile che abbiate malvisto o immaginato.
Ok, usciamo dalla finzione: voi non siete GM in MLB (se lo siete fatemelo sapere), e la telefonata non ha mai avuto luogo; sono però esistiti i tre giocatori in questione, e una targa col loro nome brilla a Cooperstown, sebbene nessuno di essi sia stato indotto nella Hall per meriti conseguiti in Major League.
James Bell esordisce nel 1922 con i St. Louis Stars (i più letterati avranno già capito che si parla di Negro Leagues); inizialmente è un lanciatore –“Nessuno dei miei fratelli riusciva a ricevere la mia knuckleball; però ci riusciva mia sorella!”- e, proprio dimostrando freddezza nella sua prima apparizione sul mound, si guadagna il nickname “Cool”, che poi diventerà “Cool Papa”.

James Thomas "Cool Papa" Bell.
La prima di Joshua Gibson è da film: i Kansas City Monarchs del 1930 viaggiano con un sistema di illuminazione portatile, e una sera di luglio fanno visita agli Homestead Grays.
I riflettori non sono potentissimi e qualche volta la palla si perde in zone d’ombra; in una di queste circostanze il ricevitore di casa si infortuna, lasciando in braghe di tela i Grays che sono sprovvisti di riserva. Alla richiesta del tipo “…se ci fosse un ricevitore sugli spalti è pregato di…” si fa avanti “Josh”, che inizia così, a 18 anni, la sua carriera nelle Negro Leagues.

Josh Gibson, con la divisa degli Homestead Grays, squadra con cui ha eseordito nelle Negro Leagues.
Quando Leroy Robert Paige esordisce nel 1926 i suoi lanci sono già affare di pubblico dominio, come il soprannome “Satchel”.

Satchel Paige, rookie degli Indiands a 42 anni.
Cool Papa Bell si sposta ben presto all’esterno centro, dove può sfruttare la sua incredibile velocità giocando molto avanzato; con la mazza non è un portento, ma le sue gambe lo portano agevolmente in prima su qualsiasi battuta.
Josh Gibson lavora assiduamente per migliorare la difesa, mentre nel box condisce un’inaudita potenza con disciplina al piatto e abilità sulle basi.
Satchel Paige nel frattempo mostra un repertorio di lanci che comprende, oltre alle usuali fastball, curveball e change-up, la “Long Tom”, la “Bee Ball”, la “Jump Ball”, la “Trouble Ball” e l’“Hesitation Pitch”, che talvolta i battitori avversari sventolano prima ancora che abbia lasciato la sua mano.
C’è una simpatica storiella che lega i tre, proponendoli nei ruoli di narratore, protagonista e testimone.
Josh Gibson fu infatti il primo a mettere in giro la voce secondo cui Bell era così veloce da riuscire a “premere l’interruttore della luce e correre ad infilarsi sotto le coperte prima che la stanza fosse completamente buia”.
Una sera Cool notò che la lampadina della stanza dell’albergo in cui avrebbe dormito con Satch impiegava qualche secondo a spegnersi; così quando l’ignaro compagno di stanza arrivò per dormire, lo invitò ad osservare la sua “prestazione”.
Quando Bell riaccese la luce dall’interruttore accanto al letto trovò Paige con occhi e bocca spalancati e, cosa insolita, senza parole.

Anche le prestazioni in campo dei tre sono spesso condite da elementi di leggenda e la mancanza di rilevazioni statistiche adeguate nelle Negro Leagues non permette di discernere quanto sia accaduto realmente sul diamante da quanto sia nato nelle successive discussioni tra la gente.
I fatti documentati parlano di Bell che compie il giro delle basi in 12 secondi (nessuno in Major ha fatto meno di 13.3), che ruba 175 basi in meno di 200 partite nel 1933 (qualche volta due sullo stesso lancio!!!), che spesso segna dalla seconda su un Sacrifice Fly o dalla prima su un singolo, o che percorre il tragitto prima-terza su un bunt; secondo la tradizione, oltre a battere sul tempo la luce, una volta avrebbe battuto un singolo tra le gambe del lanciatore e sarebbe stato dichiarato out in quanto toccato dalla sua stessa battuta mentre scivolava in seconda.
Josh Gibson manda oltre la recinzione 75 palle nel 1931 e oltre 800 nell’arco di 16 anni, porta a casa 239 punti in 512 ABs nel 1933 ed è ad un passo da diventare il primo colored nelle Majors nel 1943; i giornali del tempo riportano vari HRs misurati tra i 480 e i 520 ft, ma non si hanno prove sull’ipotesi, più volte espressa, che abbia spedito una palla fuori dallo Yankee Stadium (impresa mai riuscita a Mantle, Ruth, Gehrig, Maris o chiunque altro).
Per quanto riguarda le prestazioni (vere o presunte) di Paige occorrerebbe un’enciclopedia.
Esse testimoniano
- un’incredibile resistenza:
il 4-7-1934 lancia una no-hit (solo una base e un errore gli precludono il perfect-game) a Washington, salta in macchina, guida fino a Chicago dove gioca un altro incontro e vince 1-0 tirando 12 (!) riprese.
- La capacità di entrare immediatamente in partita:
Fermato dalla polizia per eccesso di velocità giunge allo stadio (siamo alle Negro World Series del 1942) con i suoi sopra 4-3 ed un corridore avversario in prima al 3° inning; viene inserito immediatamente, si riscalda tirando pick-offs, chiude l’inning e poi la partita (sarà la sua 3a vittoria nella serie).
- Un controllo millimetrico:
Nel 1934 dà una dimostrazione delle proprie capacità alla sua nuova squadra di Bismarck, ND: fa posizionare un fiammifero su un tee a casa base e lo centra 13 volte su 20 tirando solo lanci curvi.
Suona la chitarra con l’orchestra di Louis Armstrong, indossa una barba finta per giocare con una squadra ebraica, invita i suoi esterni a sedersi accanto a lui mentre procede a mandare al piatto gli avversari con il punto vincente in base, carica le basi intenzionalmente per affrontare Gibson e metterlo K; una volta sale sul monte portando con sé una seconda palla e, con uomini in prima e seconda e 2 strikes a casa, con un unico movimento coglie fuori base entrambi i corridori, fa girare a vuoto il battitore e lascia tutti a domandarsi cosa sia successo.
Per chi pensasse che i 3 abbiano giocato in una lega di livello inferiore ci sono testimonianze che indicano cosa avrebbero potuto fare in MLB.
Bob Feller: Paige è il miglior lanciatore che abbia mai visto. Lo giudico basandomi sul modo in cui ha surclassato alcuni dei migliori battitori di Major League del suo tempo.
Dizzy Dean: Se io e Satch fossimo insieme a St. Louis, vinceremmo il pennant entro luglio e andremmo a pescare in attesa delle World Series.

Satchel Paige e Dizzy Dean.
Joe DiMaggio: Ho capito che ero pronto per le Majors quando ho fatto una valida a Satchel Paige.
Bill Veeck: Difensivamente [Bell] è a livello di Tris Speaker, Joe DiMaggio, e Willie Mays.
Roy Campanella: Quando arrivai ai Baltimore Elite Giants nel 1937 c’erano già un centinaio di leggende su di lui. Una volta che lo vedevi giocare capivi che erano tutte vere.
Bill Veeck: Josh Gibson è, come minimo, due Yogi Berra.
Walter Johnson: C’è un ricevitore che ogni club di big league comprerebbe per 200.000 dollari. Il suo nome è Gibson. Può fare qualsiasi cosa. Batte la palla a un miglio. E riceve così facilmente che potrebbe starsene in una sedia a dondolo. Tira come un fucile. Bill Dickey non è un catcher altrettanto bravo.
E ci sono i fatti.
In partite di esibizione, bianchi e neri più volte incrociarono le mazze e, in questi incontri Cool Papa Bell compilò una media battuta di .390.
Satchel Paige diede vita a memorabili sfide con Dizzy Dean, tra cui un 1-0 di 13 inning; per lui però ci sono prove anche più concrete.
Nel 1948 infatti gli fu concessa la chance delle Big Leagues: a 42 anni (sempre che sia giusta la data di nascita di cui si è a conoscenza) fu inserito nel bullpen degli Indians di Bill Veeck.
L’allora editore di The Sporting News non ebbe mezzi termini nei confronti di quella che pensava fosse la solita trovata ad effetto dell’owner (lo stesso che nel 1951 avrebbe schierato per un turno nel box un nano), e scrisse che un rookie di quell’età avrebbe abbassato gli standard del baseball.
Gli Indians vinsero le World Series e Satch finì 6-1; nemmeno il botteghino potè lamentarsi della sua presenza in quanto, nelle prime tre occasioni in cui fu annunciato partente attirò oltre 200.000 spettatori.
La sua miglior prestazione arrivò il 20 agosto quando, di fronte a 78.382 spettatori, concesse tre valide ai Chicago White Sox, per uno shutout da 1-0.
Diversi anni dopo aver lasciato le Majors fu richiamato dai Kansas City A’s e, all’età di 59 anni, tirò tre innings contro i Boston Reds Sox, senza concedere alcun punto.

Satchel Paige lancia tre inning per i KC Athletics all'età di 59 anni: nessun punto e una sola valida concessa.
Bell era di tre anni più vecchio e non ebbe l’opportunità di giocare tra i pro, ma contribuì a lanciare colleghi più giovani.
Nel 1946 si giocava il titolo di miglior battitore della NNL contro Monte Irvin, ma non disputò l’ultimo incontro che gli avrebbe dato i turni necessari per aggiudicarsi la sfida: solo in seguito i suoi fan confusi seppero che Cool Papa aveva deliberatamente concesso la vittoria al più giovane avversario, che così fu ingaggiato nelle Majors.
Una sorte ben peggiore fu invece ciò che impedì il salto a Gibson: i vuoti mentali che lo assalivano con frequenza sempre maggiore dal 1945 erano dovuti ad un tumore cerebrale che lo uccise, a 35 anni, nel 1947.
La malattia gli impedì anche un momento di gloria e parziale riscatto, che invece vissero Paige e Bell il giorno dell’ingresso nella Hall of Fame.

Josh Gibson con i colori dei Crawfords: a Pittsburgh i tre giocarono insieme.
Satch entrò nel museo del baseball di Cooperstown nel 1971, Josh nel 1972, Cool Papa nel 1974.
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