AVREI LANCIATO CON SOLO DUE ESTERNI ALLE MIE SPALLE SE QUESTI FOSSERO STATI WILLIE MAYS E JIMMY PIERSALL. (Hershell Freeman)

Gli inizi nelle Big Leagues non furono dei più facili per Jimmy Piersall.

Dopo una breve comparsa nel 1950, i Red Sox lo richiamarono nel 1952, al termine di due stagioni con medie battuta di .346 e .339 a Birmingham nelle Minors.

Il suo ruolo, l’esterno centro, era ancora occupato da Dom DiMaggio, fratello di Joe, così la dirigenza di Boston tentò di convertirlo in un interbase.

 

 

Jimmy era un tipo particolare, “viveva ad un ritmo più veloce” per dirla con le parole del suo compagno ed amico Hershell Freeman; Fred Hatfield, un altro suo compagno dell’epoca, lo ricorda irrompere di corsa nelle reception degli alberghi dove alloggiavano durante le trasferte, e qui arrestarsi in scivolata.

Gorge Kell cita invece un incontro in cui alla nona ripresa, con i Bostoniani sopra di uno ed i White Sox in attacco con basi piene e due out, il battitore alzò una facile volata verso Piersall che, anziché attendere e raccogliere la palla, effettuò una decina di passi indietro, per poi compiere l’eliminazione in corsa con una presa all’altezza delle ginocchia; quando il manager Boudreau gli comunicò (con toni poco gentili) di non aver gradito l’exploit, Jimmy ribatté candidamente: “che diavolo capo, l’ho presa lo stesso, no?”

 

A maggio Piersall fu protagonista di un episodio che forse era un assaggio di quanto sarebbe accaduto più avanti: prima di un incontro con gli odiati Yankees iniziò uno scambio di epiteti non troppo garbato con l’avversario Billy Martin, e ben presto la discussione si trasformò in una scazzottata che ebbe termine solo grazie all’intervento di Bill Dickey, Oscar Melillo ed Ellis Kinder; tornato negli spogliatoi per cambiarsi la divisa insanguinata, Jimmy iniziò una colluttazione anche con il compagno di squadra Maury McDermott.

 

Alcuni problemi di famiglia, uniti alla pressione di dovere imparare una nuova posizione stavano minando la fragile personalità di Piersall: tutto il suo disagio si manifestò improvvisamente durante un incontro, quando una crisi di nervi lo portò ad assalire alcuni spettatori che dagli spalti lo stavano insultando, dando luogo ad una scena davvero pietosa.

 

 

Negli anni ’50 non erano previste figure quali lo psicologo di squadra, né era diffusa la pratica di “andare in analisi”: la soluzione imposta al giocatore fu la reclusione in un sanatorio per pazienti mentalmente infermi o, per uscire dagli eufemismi, in un manicomio.

 

Al suo rientro l’anno successivo, le folle sugli spalti erano poco propense alla comprensione (ancora, i tempi erano diversi!) e presero a ricoprirlo di insulti vari, compresi inviti “a tornare tra i pazzi”.

 

Jimmy era però diventato più filosofico nei confronti dei tifosi ostili (“trattali per quello che valgono” era il suo motto) e determinato a rispondere con le prestazioni: il 10 giugno i suoi detrattori furono zittiti da un 6 su 6 nel box.

 

Il suo valore di giocatore non fu mai in discussione. In difesa giocava un esterno centro molto avanzato, à-la Tris Speaker, ed era ritenuto, da un conoscitore di baseball quale Casey Stengel, bravo quanto (se non superiore a) Joe DiMaggio e Willie Mays; apprezzamenti sul suo guanto e sul suo range furono espressi anche dal compagno Ted Williams, mentre Mantle fu uno dei tanti a saggiarne l’abilità quando si vide derubare di un fuoricampo con una spettacolare presa nel bull-pen tra centro e destra del Fenway Park.

Anche il suo braccio era temuto, ma durante una gara di tiro con Willie Mays prima di un incontro di beneficenza, si procurò un infortunio che non gli restituì mai completamente il suo “cannone”.

 

Rientrati i problemi di natura psicologica, Jimmy non ritenne mai opportuno stare tra le righe: il suo credo era di divertirsi sul campo, e chi lo vedeva giocare non aveva di che annoiarsi (la vedova di Ruth una volta gli confidò che era sicura che il grande Babe si sarebbe divertito a guardarlo in campo).

 

Una delle prime vittime dei suoi show fu nientemeno che il leggendario Satchel Paige, che un bel giorno se lo trovò di fronte al nono inning, con il punteggio saldamente nelle mani dei Browns: Piersall annunciò, con voce sufficientemente alta da essere udito da parte del pubblico, la sua intenzione di eseguire una smorzata; non solo mantenne la sua promessa, ma riuscì a battere l’assistenza di Satch, giungendo salvo. Dal sacchetto di prima prese a mimare ogni movimento del mitico pitcher delle Negro Leagues, e ad accompagnare ogni suo lancio con una sonora imitazione di un grugnito. Il vecchio Paige perse la concentrazione e, fatto ben più insolito, scialacquò in una ripresa un vantaggio di quattro punti.

 

 

Dopo Boston la carriera di Jimmy continuò a Cleveland, e con essa le sue esibizioni che, quando dirette agli arbitri, gli causavano numerose espulsioni.

Per la verità sul suo contratto c’era una clausola che, data la numerosità della sua prole (9!), gli consentiva di recarsi a casa ogni volta che la squadra aveva un lunedì libero da incontri; così le sue espulsioni tendevano “stranamente” a concentrarsi nelle domeniche, costringendo il manager a minacciarlo con un’ingente multa per le successive docce anticipate.

 

Il 23 giugno 1960 la creatività di Piersall raggiunse livelli mai avvicinati in passato e, con l’ex compagno Ted Williams nel box, brevettò una variante dinamica del Williams shift ideato da Boudreau nel ’46 (per chi non avesse un’idea del Williams shift, nelle ultime World Series gli Angels impiegavano una difesa simile su Barry Bonds).

La versione piersalliana prevedeva un incessante movimento avanti e indietro all’esterno centro al fine di inserire un elemento di disturbo alla vista infallibile dello Splendid Splinter; tale danza gli costò un ritorno prematuro negli spogliatoi, ed una sanzione più grave fu evitata grazie all’intervento del compagno Vic Power che lo atterrò ed immobilizzò mentre correva a farsi giustizia nei confronti dell’arbitro.

Il manager Joe Gordon prese per una volta le difese del giocatore e, dopo che le proteste valsero a lui pure una doccia anzitempo, dichiarò che per l’occasione la multa promessa al suo atleta in caso di espulsione non sarebbe stata applicata.

 

Il giorno dopo Piersall rischiò di vedersi indicata nuovamente la via degli spogliatoi, quando si unì a dar man forte ad un compagno nel box che disputava  con l’arbitro su uno strike; tornato nel deck, Jimmy si rivolse alla folla con le seguenti parole: “e poi dicono che IO sono pazzo”, mostrando un atteggiamento ironico con cui avrebbe spesso trattato i suoi problemi passati.

 

 

Una volta, durante una giornata piuttosto calda con continui avvicendamenti sul monte degli Indians, Piersall trovò refrigerio nella zona dei monumenti posta oltre la recinzione centrale dello Yankee Stadium: quando fu il momento di riprendere a giocare, l’arbitro John Rice dovette andare a svegliarlo e ricondurlo in campo (in seguito Jimmy dichiarò che durante la pausa aveva anche “parlato con Babe Ruth”).

 

“Combinò tante cose nei 3 anni in cui fummo insieme a Cleveland che non sono in grado di ricordare cosa accadde e quando” sono le parole di Vic Power intervistato da Danny Peary per We Played the Game.

Tra gli episodi più esilaranti annovera una discussione con un arbitro che ebbe come epilogo Piersall che estraeva una pistola ad acqua e spruzzandone il contenuto in faccia al direttore di gara; un fuoricampo davanti a 40.000 spettatori in cui, dopo un inchino alla folla, percorse le basi a gran velocità e scivolò a casa base rimanendo sdraiato finché non si scatenò una rissa tra le due squadre; un pomeriggio allo Yankee Stadium in cui 8.000 bambini, lasciati entrare gratis nelle tribune, lo chiamavano per avere un po’ di autografi con l’incontro in pieno svolgimento, e Jimmy li invitò ad entrare in campo: un istante dopo una marea di bambini occupava il campo di gioco, attorniando il giocatore che concedeva loro tutti gli autografi richiesti.

 

Il primo tabellone con effetti sonori e video fu installato, con grande esborso, da Bill Veeck al Comiskey Park e, quando una palla battuta in fuoricampo dai padroni di casa, rimbalzando sugli spalti, tornò in campo, Piersall la raccolse e la scagliò violentemente al gioiello elettronico che si produceva in musica e fuochi d’artificio, mandandolo fuori uso.

 

La carriera di Jimmy, dopo un paio di stagioni nella capitale con i Senators, passò brevemente nella National League, agli ordini di Casey Stengel.

In quella stagione Duke Snider, anche lui nei Mets, mise a segno il suo 400° HR, ma l’evento non ebbe una adeguata risonanza: Piersall promise che il suo prossimo fuoricampo, che sarebbe stato per lui il numero 100, sarebbe stato molto più pubblicizzato.

Il 23 giugno 1963 la mazza di Jimmy incocciò nel modo giusto la palla e fu subito evidente che il centinaio era raggiunto: Piersall, davanti ad una folla numerosa che comprendeva anche il commisioner Ford Frick (che non gradì), percorse le basi all’indietro (non terza, seconda, prima e casa, bensì con l’incedere tipico dei gamberi) dimostrando doti di coordinazione quando, curvando verso la seconda, strinse la mano al coach di prima senza accennare a perdere l’equilibrio.

Lo spettacolo, poco apprezzato dal lanciatore Dallas Green, mandò su tutte le furie il manager Stengel che alcuni giorni dopo diede il benestare alla cessione del giocatore.

 

 

Il ritorno nell’American League (California Angels) rinverdì le statistiche di Piersall che chiuse il ’64 a .314 dopo essere stato sotto quota .200 con i Mets.

Los Angeles fu l’ultima città in cui furono apprezzate le sue prodezze sul campo (come la volta in cui fu mandato come pinch-hitter in un incontro in cui pioveva a dirotto e si presentò nel box con un lungo impermeabile giallo), e nel suo ultimo anno, il 1967, gli Angels organizzarono una serata in suo onore, ricoprendolo di regali tra i quali un assegno di 1000$ per ciascuno dei suoi nove figli.

 

I numeri della sua carriera li trovate nella tabella sotto.

 

Piersall rimase nel mondo del baseball in qualità di radiocronista di White Sox, occupazione dalla quale fu allontanato per la sua propensione a raccontare la verità anche quando questa era scomoda per chi gli dava lavoro.

 

In seguito si dedicò ad una vita tranquilla e alla pesca.

 

 

Di Jimmy Piersall potete leggere Fear Strikes Out, scritto nel 1954, in cui sono raccontate le sue lotte con la malattia (e da cui nel’57 è stato tratto l’omonimo film interpretato da Antony Perkins), e The Truth Hurts.

 

Year  TEAM  G  AB  R  H  HR  RBI  SB  CS 
1950 Boston Red Sox 6 7 4 2 0 0 0 0
1952 Boston Red Sox 56 161 28 43 1 16 3 3
1953 Boston Red Sox 151 585 76 159 3 52 11 10
1954 Boston Red Sox 133 474 77 135 8 38 5 1
1955 Boston Red Sox 149 515 68 146 13 62 6 1
1956 Boston Red Sox 155 601 91 176 14 87 7 7
1957 Boston Red Sox 151 609 103 159 19 63 14 6
1958 Boston Red Sox 130 417 55 99 8 48 12 2
1959 Cleveland Indians 100 317 42 78 4 30 6 3
1960 Cleveland Indians 138 486 70 137 18 66 18 5
1961 Cleveland Indians 121 484 81 156 6 40 8 2
1962 Washington Senators 135 471 38 115 4 31 12 7
1963 Washington Senators 29 94 9 23 1 5 4 0
1963 New York Mets 40 124 13 24 1 10 1 2
1963 Los Angeles Angels 20 52 4 16 0 4 0 1
1964 Los Angeles Angels 87 255 28 80 2 13 5 3
1965 California Angels 53 112 10 30 2 12 2 2
1966 California Angels 75 123 14 26 0 14 1 2
1967 California Angels 5 3 0 0 0 0 0 0

Tabella 1 - Statistiche offensive di Jimmy Piersall.


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