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Mi perdonino coloro che conoscono a memoria questa storia, ma è necessaria a me per introdurre l’articolo ed è fondamentale che giunga alle orecchie di chi ancora non la conosca.
Siamo alle World Series del 1932, gli Yankees al Wrigley Fields contro i Cubs per gara 3, e Babe Ruth nel box con il punteggio sul 4 pari alla ripresa numero 5.
I tifosi di casa, tradizionalmente i più caldi delle Majors, riservano al più grande di tutti i tempi i peggiori epiteti, mentre Charlie Root entra con il primo strike, lasciato passare dal re dei fuoricampo; The Babe, guardando il dug-out avversario mostra il dito indice, provocando un ulteriore infervoramento della folla.
I due lanci successivi sono ball, poi Charlie Root ritrova l’area e The Babe anticipa l’arbitro chiamando egli stesso lo strike numero due, mostrando poi l’indice e il medio verso la panchina dei Cubs…
Poi storia e leggenda si fondono e si confondono.
Gabby Hartnet, ricevitore per Chicago, riporta le seguenti parole, pronunciate da Ruth nel fatidico momento: “Ne basta una per batterne una”; poi il Bambino punta il dito (verso le recinzioni? verso il lanciatore? verso il dug-out?) e Lou Gehrig, dal deck, lo sente esclamare: “la prossima palla che lanci te la ficco giù per la gola!”.
Parte il lancio e Ruth spedisce la palla oltre le recinzioni (secondo alcuni nel punto precedentemente indicato); durante il giro delle basi The Babe esulta sghignazzando e scuotendo le mani unite sopra la testa, più o meno nello stile che sarebbe stato in seguito adottato da Snoopy e, mentre gira verso casa, riserva al dug-out avversario il gesto che noi chiamiamo “marameo”.

The Called Shot
L’episodio, entrato negli annali del baseball come “The Called Shot”, non rappresenta l’unico caso in cui Ruth abbia dichiarato un fuoricampo e mantenuto la propria promessa.
In situazione meno drammatica, nel 1928, si trovò nel box durante un interminabile incontro, che stava proseguendo ben oltre il nono, quando si accorse del padre di Ford Frick (futuro commisioner) che mostrava evidenti segni di stanchezza.
Indicando un treno che transitava oltre le recinzioni assicurò allo stanco spettatore: “Porrò fine a questa cosa per te, Pappy”; dopodiché inanellò uno dei suoi 714 homers.
In un altro incontro ne spedì una sopra il palo di foul, ma mentre si accingeva a compiere il giro d’onore, si sentì richiamare dall’arbitro di casa, che poi gli spiegò che la palla era “finita in foul per due centimetri”; insolitamente di buon umore nei confronti di un uomo in blu, Ruth dichiarò che la successiva battuta sarebbe “rimasta dentro per due centimetri” e spedì in effetti il lancio circa nello stesso punto di prima.
Prima di iniziare il giro delle basi volse lo sguardo al signor Evans, che gli disse “è rimasta dentro per due centimetri. Puoi andare Babe”.
Il Bambino non è l’unico giocatore in grado di simili prodezze.
Nell’autobiografia My Turn At Bat, Ted Williams afferma di aver battuto un homer precedentemente promesso ad un bambino ricoverato in un ospedale, senza peraltro ricordare le circostanze dell’avvenimento.
Ma senza scomodare membri della Hall Of Fame, anche Jimmy Piersall in un’occasione confidò al bat boy accanto a lui che ne avrebbe spedita una oltre la recinzione e mantenne fede alle proprie parole.
Germany Schaefer era un altro che si faceva riconoscere come clown più che come maestro della battuta, ma fu autore di un singolare “Called Shot” nel 1906 a Chicago contro i Sox.
I suoi Tigers erano sotto due a uno al nono attacco, con un corridore in prima, quando Germany fu scelto dal suo manager quale pinch-hitter.
Nei primi anni del '900 non erano ancora utilizzati gli altoparlanti negli stadi, ed era compito degli arbitri (nel caso si trattava dello stesso Evans menzionato prima) segnalare alla folla l’avvenuta sostituzione.
Schaefer, evidentemente poco soddisfatto dell’introduzione di Evans, si inchinò maestosamente ai tifosi della sua città natale e proclamò a gran voce: “Signore e signori, permettetemi di presentarmi. Sono Germany Schaefer, il migliore battitore del mondo che vi darà ora dimostrazione delle proprie abilità offensive”.
Gli spettatori, forti del fatto che Schaefer batteva un anemico .238 senza aver colpito un solo fuoricampo, scoppiarono in un frastuono di ululati, fischi ed insulti, ma furono zittiti sul primo lancio che Germany mandò oltre le barriere di sinistra.
In prima giunse scivolando in avanti, si spolverò e annunciò “Schaefer conduce ad un quarto di gara”; in seconda si fermò per dire “a metà Schaefer è avanti di una lunghezza”; in terza proclamò “Schaefer conduce ora di un miglio”, a casa scivolò di nuovo, si scrollò la polvere, levò il cappello alla folla e sentenziò: “con questo, signore e signori, si conclude la mia prestazione per questo pomeriggio”.
Un altro personaggio decisamente fuori dagli schemi era Dizzy Dean, talentuoso lanciatore dei Cardinals negli anni ’30; ovviamente Dean non annunciò mai un proprio fuoricampo, ma riuscì in più occasioni a mantenere fede a dichiarazioni sulle proprie prestazioni.
Nel 1935, facendo visita ad un ospedale pediatrico, promise ai bambini di mettere al piatto Bill Terry, giocatore e manager dei Giants, con le basi piene.
Il giorno dopo, con un vantaggio risicato e la partita negli inning finali, Dizzy si trovò ad affrontare Hughie Critz con prima e seconda occupata e due eliminati; senza curarsi delle statistiche (Critz viaggiava a .187), Dean lo passò in base per poter affrontare Terry e rendere felici i suoi piccoli tifosi, mandandolo strikeout.

Dizzy Dean
Nel ’36 si presentò nel dugout avversario e si rivolse al manager dei Braves affermando che i ricevitori si prendevano toppi meriti e che, per la partita che stava per svolgersi avrebbe lanciato solo fastballs, per dimostrare l’inutilità dei segnali: i Braves chiusero l’incontro a zero, con la miseria di 4 valide.
Infine, un anno dopo, ancora contro Boston, scommise con un compagno che avrebbe messo strikeout Vince DiMaggio ogni qualvolta si fosse presentato nel box.
Il fratello dell’immortale Joe, dopo aver collezionato tre “K” nei primi tre turni alzò, nella sua ultima apparizione della giornata, un pop dietro casa base.
Alle grida “Lasciala cadere o sono rovinato!” del proprio estroso lanciatore, il catcher Ogrodowski obbedì e, con una fastball al calor bianco, Dean mise a sedere DiMaggio sul lancio successivo.
Satchel Paige, di cui abbiamo già parlato in Il più grande affare (mancato) del secolo, poteva permettersi simili prestazioni sul mound.
Durante un’esibizione proprio contro Dean, l’incontro stava proseguendo oltre il nono ed il tabellone continuava a popolarsi di zero, quando Satch disse all’avversario: “Non so che intenzioni abbia lei Mr. Dean, ma io non concederò alcun punto, dovessimo stare qui tutta la notte!”; i due rifiutarono di essere rilevati per 16 inning e Paige uscì vincitore per uno a zero.
Ad un lead-off giunto in base, un’altra volta disse: “Lì sei e lì resterai”. E procedette ad eliminare i successivi tre battitori in nove lanci; in più occasioni Paige invitava i suoi esterni a sedersi accanto al monte, e giunse persino a riempire intenzionalmente le basi per affrontare e mandare al piatto Josh Gibson, il “Babe Ruth nero”.
Fu anche vittima di un “particolare” Called Shot, quando Piersall dichiarò ed eseguì su di lui una smorzata, giungendo salvo in prima, nonostante l’abilità difensiva di Satchel.
Se vi è parso un po’ forzato parlare di colpo chiamato in quest’ultimo caso, concludiamo narrando la prima volta di Ruth.
Correva l’anno 1917 e The Babe calcava la pedana dei Red Sox, quando il 23 giugno si vide chiamare ball i primi 4 lanci dell’incontro; Ruth si precipitò verso il piatto e aprì un rapido scambio di battute con l’arbitro Brick Owen.
- Perché non apri i tuoi dannati occhi?
- Torna sul monte o ti caccio dalla partita!
- Prova a cacciarmi e ti do un pugno sul naso!
- Sei fuori!
Il primo Called Shot di Babe Ruth mandò al tappeto l’arbitro, e costò al Bambino 10 giornate di squalifica e l’uscita dal campo scortato da un poliziotto.
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