IL PEGGIOR INCUBO DEI BATTITORI

Non consumarono molta luce quella sera, perché tutto finì in due ore; nemmeno le mazze subirono particolare usura, e gli esterni ebbero ben poco lavoro. Erano le 8:15 di sera a Kansas City, ed i Monarchs si apprestavano a sfidare gli Homestead Grays sotto l’illuminazione portatile che la squadra di casa aveva a disposizione; l’anno era il 1930.

 

Per Chet Brewer, primo a calcare il monte, la carriera era in piena fase ascendente: alto un metro e novanta, magro e privo di tre dita del piede destro a causa di un incidente stradale, per il “bandito” c’erano in vista altri vent’anni di Negro Leagues. Ad attenderlo c’erano un’infinità di spostamenti alla ricerca di buoni ingaggi: prima di chiudere col baseball avrebbe giocato, oltre che con una decina di squadre americane, nella Repubblica Dominicana, a Panama, Portorico, in Canada, alle Hawaii, nelle Filippine, ad Haiti, in Cina ed in Giappone.

 

Quella sera di agosto chiuse la prima ripresa senza subire punti, avendo già affrontato il temibile (e futuro Hall Of Famer) Oscar Charleston.

 

Chet Brewer

 

Le scarpe a contatto con la pedana nella parte bassa del primo appartenevano a Smokey Joe Williams. Per lui, 44-enne, il ventennio di baseball era alle spalle, e con esso le rimarchevoli prestazioni che gli sarebbero valse una placca (postuma) a Cooperstown. Il soprannome Smokey era dovuto all’impressionante velocità con la quale recapitava la palla ai battitori avversari e, nonostante l’età, almeno per una sera, i suoi lanci producevano ancora fumo.

 

Leroy Taylor aprì la partita offensiva dei Monarchs finendo al piatto e, al termine del primo inning il duello tra i due pitchers era in parità, essendosi anche Williams messo alle spalle un giocatore da Hall (Newt Allen).

 

Smokey Joe Williams

 

L’arte di Brewer non era la velocità, ma il mandare fuori tempo gli avversari; pennellava i fili con sapienza e, se Williams si strinava i polpastrelli con le cuciture, con Chet era la palla a riportare i danni peggiori (le ferree regole che in Major da una decina d’anni sanzionavano i lanciatori/artigiani non erano osservate nelle Negro Leagues).

 

Dopo aver visto per una volta tutto il line-up avversario, non aveva ancora concesso punti.

 

Statistiche attendibili di competizioni di “Black Baseball” ce ne sono veramente poche; comunque si stima che Smokey avesse messo a segno qualcosa come 40 (quaranta!) no-hits in carriera. Gli attacchi zittiti erano in molti casi squadre semi-professionistiche, il che ridimensiona il valore dell’esorbitante cifra. Ma in qualche occasione Joe prese scalpi importanti. In esibizioni contro Major Leaguers ebbe un record di 22 a 7 con 12 shutout (delle sette sconfitte due arrivarono con uno scarto di 1 a 0 e due quando il lanciatore aveva già 45 anni). Le sue perle furono nel ’12 contro i Giants (6 a 0 ai freschi vincitori della National League) e nel ’15 contro i Phillies (1 a 0 in uno spettacolare duello con Grover Cleveland Alexander); nel ’17, ancora contro New York, non concesse alcuna valida, mettendo 20 strikeout in carniere, ma uscì sconfitto per 1 a 0 su un errore difensivo.

 

Quando all’8° il doppio di Newt Joseph cancellò lo zero nella casella delle hits dei Monarchs, per Williams svanì l’occasione di una ultima gemma.

 

L’incontro però proseguiva, sempre sullo 0 a 0, e Brewer era salito in cattedra: negli inning 7, 8 e 9 aveva affrontato e mandato al piatto nove avversari e, con il K in apertura del primo extra-inning, mise a segno un incredibile filotto di 10 strikeout consecutivi. Tra gli avversari impotenti c’erano oltre al già menzionato Charleston, anche Judy Johnson ed un giovane ricevitore di nome Josh Gibson (vedi Il più grande affare (mancato) del secolo), entrato in squadra meno di una settimana prima. In difesa, il rookie Josh doveva soltanto aspettare (si fa per dire) che i lanci dell’esperto compagno entrassero nel suo guanto: anche Williams, infatti, stava producendo strikeouts a ritmi vertiginosi.

 

Negli anni ’30 chi iniziava una partita era solito finirla, e questo valeva anche per i lanciatori. Brewer avrebbe più volte avuto a che fare con la doppia cifra in quanto a riprese lanciate. In varie occasioni, a contendergli una vittoria risicata, sarebbe stato il mitico Satchel Paige: i due, praticamente coetanei, si sarebbero affrontati innumerevoli volte, con una leggera supremazia par Paige. Lo scenario più improponibile che li vide opposti fu una gara-7 nel campionato dominicano. Il dittatore al governo, generalissimo Trujillo, aveva rafforzato la propria squadra con quanto di meglio ci fosse al di fuori delle Major Leagues. I suoi All-Stars schieravano, fra gli altri, Satchel Paige, Josh Gibson e Cool Papa Bell. Anche il leader dell’opposizione aveva fatto razzia nelle Negro Leagues, ed era riuscito a portarsi sul 3 a 0 nelle serie prima che i mercenari di Trujillo guadagnassero il diritto alla settima partita. Lo spareggio racchiudeva significati che andavano ben oltre il piano sportivo: la cosa non passò inosservata ai duellanti sul monte, che potevano notare in tribuna uomini delle due fazioni in assetto di guerra. Brewer, che in precedenza aveva battuto Paige 1 a 0 con un one-hit game, condusse per 8 riprese, ma si arrese, sempre per un punto, sul fuoricampo di Bankhead (altro Negro Leaguer).

 

La differenza di età non consentì invece un elevato numero di sfide tra Smokey e Satchel. Quest’ultimo, sconfitto in diverse occasioni dal più anziano, ribadì spesso che Williams era il miglior lanciatore di sempre; persino Ty Cobb, Georgiano di radicati pregiudizi razziali, non esitò ad affermare che Joe in Major avrebbe potuto agevolmente vincere 30 partite a stagione.

 

Al 12° la base concessa da Brewer a Charleston parve innocua quando Johnson e Scales furono eliminati a seguire; ma Charley White infilò il lungolinea di terza per la sua seconda valida della serata (l’unico a riuscire nell’impresa): la palla, che terminò la sua corsa a sinistra della linea di foul, consentì a Charleston di giungere salvo a casa.

 

Nella parte bassa Williams completò il suo capolavoro.

Esattamente due ore dopo il primo lancio, la gara era terminata con il punteggio di 1 a 0. In 12 riprese Brewer aveva concesso 4 valide e altrettante basi su ball, mettendo in carniere 19 strikeouts. Dall’altra parte il 44-enne Williams concesse solo due corridori a Kansas City (un doppio e una base), ritirando personalmente 27 battitori. Per gli esterni di entrambe le squadre ci fu in tutto una sola opportunità difensiva, e nessuno dei 18 battitori riuscì a mantenere immacolata la propria casella degli strikeout subiti.


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