MALEDIZIONI, SUPERSTIZIONI, SORTILEGI...

Non vi sognate di dire che le divise degli Athletics sono gialle e verdi: nessuna squadra nello sport americano veste il colore giallo.

I Lakers di basket? Viola e oro. I Bruins di hockey? Nero e oro. Gli A’s? Ovviamente verde e oro. E difficilmente vi capiterà di vedere un giocatore che indossa il numero 13.

Il 13 e il giallo portano sfortuna.

Non importa se per una strada non fai caso ad un gatto nero che ti attraversa il cammino, o se passi noncurante sotto una scala; quando sei nei pressi del campo di baseball cominci a credere a “mazze scariche”, alla “battuta del morto”, a “guanti maledetti” e a far attenzione a non calpestare la linea di foul.

 

Già, quella riga di gesso…

L’attuale pitching coach degli Yankees Mel Stottlemyre, come il 99% di chi calca i diamanti, la evitava meticolosamente, finché un giorno del 1969 il suo coach Jim Hegan lo invitò a non credere a certe cose. Mel decise che sì, era il caso di essere razionali, e così recandosi sul monte, violò la demarcazione bianca. Uhlaender aprì l’incontro con una linea sullo stinco di Stottlemyre, a seguirlo, Carew, Oliva e Killebrew incocciarono per delle extrabasi: in men che non si dica Mel aveva concesso 5 punti, la sua partita era finita, e così i suoi giorni da non superstizioso.

 

Mel Stottlemyre, come molti, non calpestava la linea di foul.

 

Il grande Babe Ruth affermava che la sua unica superstizione era quella di toccare tutte e quattro le basi quando faceva un fuoricampo… in realtà non prestava a nessuno le proprie mazze, in quanto credeva che in ognuna di esse ci fosse un determinato numero di valide, e non poteva permettersi che qualcun altro usufruisse del suo bonus.

In questo senso Orlando Cepeda era ancora più categorico: per lui ogni mazza aveva dentro di sé una sola valida pertanto, ogni turno al piatto che terminava con un successo, significava un nuovo bastone.

 

Orlando Cepeda: una valida per ogni mazza.

 

Una delle più note immagini di Honus Wagner ritrae The Flyin' Dutchman chinato su una ventina di mazze allineate, nell’atto di sceglierne una; pochi sanno cosa accadde dopo lo scatto. Il migliore interbase di tutti i tempi riteneva che la macchina fotografica rubasse il potenziale di valide così, quando si accorse che gli era stato “prosciugato” un intero set di bastoni, utilizzò quegli strumenti, ormai inservibili per la battuta, per scatenare la propria ira sull’inopportuno fotografo.

 

A Honus Wagner viene "prosciugata" una mazza.

 

La mania di non cambiare indumenti quando la sorte è favorevole non colpisce solo gli incalliti giocatori di roulette e slot-machines: Dion James ricorda che, quando nel 1988 aveva una striscia di 16 partite con battute valide, i suoi compagni dei Braves erano piuttosto riluttanti a stagli vicino.

Vida Blue esordì con gli A’s nel 1974 e fece subito bene. Il merito? Del cappellino, ovviamente. Lo indossò fino al ’77 quando, raggiunto un pietoso stato di consunzione, gli arbitri lo obbligarono a disfarsene. Con riluttanza dovette accettare l’imposizione: con una solenne cerimonia bruciò il vecchio copricapo e, di lì al termine della stagione, perse 19 partite, che gli valsero un non ambìto primato di lega.

 

Vida Blue, 3 anni con lo stesso cappello.

 

Se pensate che Pedro Cerrano, con i suoi riti voo-doo e la sua ricerca di galletti vivi da sacrificare all’idolo che teneva nell’armadietto, sia una invenzione esagerata dell’ideatore del film Major League, beccatevi questa: Tito Fuentes (Giants 1965-74) cospargeva guanto, mani e piedi di “succo voo-doo”, e metteva nella tasca della divisa un pacchetto speciale contenente artigli di aquila e gusci di tartaruga.

 

Anche le mogli a volte hanno un ruolo fondamentale nei rituali scaramantici. Lou  “The Mad Russian” Novikoff insisteva affinché la sua compagna lo insultasse pesantemente ogni qualvolta si presentasse nel box, mentre Rugger Ardizoia, uno degli Italiani in Major, ordinava al bat-boy di portare un bacio alla sua signora all’inizio di ogni incontro.

 

Qualche volta però è meglio che gli altri non conoscano le tue manie. L’Hall of Famer Eddie Collins, ogni volta che andava a battere, si appiccicava una gomma da masticare sotto la visiera del cappellino: quando si trovava con due strikes sul proprio conto, staccava la gomma dal berretto, se la ficcava in bocca e cominciava a masticarla rapidamente. Nel 1925, quando giocava e allenava per i White Sox, ebbe una sgradita sorpresa: il compagno di squadra Ted Lyons, a sua insaputa, aveva riempito la gomma di peperoncino e, al secondo strike, nella bocca di Collins si scatenò l’inferno.

 

Eddie Collins, un'abitudine piccante.

 

Anche il generale John McGraw non sfuggiva alla categoria dei superstiziosi: al contrario, ne era forse uno dei massimi esponenti. Il più incredibile degli episodi per i suoi Giants ebbe inizio a St. Louis nel 1911.

Durante il batting practice, scese dagli spalti un elegante signore, che si presentò come Charles Victory Faust e aggiunse che una chiromante gli aveva predetto che se si fosse unito ai Giants, e per essi avesse lanciato, questi avrebbero vinto il pennant. McGraw decise di concedergli una chance e, man mano che il provino proseguiva, si rendeva conto che al poveretto doveva mancare qualche rotella. Al momento di partire per la successiva trasferta a Chicago, però, i giocatori ebbero la sorpresa di trovare Faust in pullman con loro, personalmente ingaggiato e retribuito da John McGraw.

Ogni sera Charlie si “scaldava” nel bullpen come dovesse lanciare quell’incontro, ma ovviamente non scese mai in campo: i Giants vinsero il pennant e per la stagione successiva  il singolare personaggio era con la squadra già durante gli spring trainnings.

Nel 1912 si ripetè la routine del riscaldamento ogni sera e i Giants trionfarono ancora.

Faust era ormai anche un idolo per gli spettatori e nel 1913 McGraw, in una partita senza storia, gli concesse anche un inning sul monte nel quale i Reds non riuscirono a segnare. Trovò persino un ingaggio a Brodway, ma dopo quattro giorni sul palco, si riaggregò ai Giants: in sua assenza la squadra di New York perse tutti e quattro gli incontri, così Faust si sentì in dovere di correre ad “aiutare” i compagni. Ovviamente i Giants quella sera vinsero e si aggiudicarono anche il pennant del 1913.

Purtroppo durante l’inverno lo stravagante uomo perse la vita e, manco a dirlo, i Giants non si aggiudicarono il titolo del ’14.

 

Charlie Faust, l'arma in più dei Giants di John McGraw.

 

E nel 1914 fu il turno di George Stallings. Il manger dei Boston Braves passava più tempo a cercare antidoti ai presunti sortilegi che inibivano la sua compagine che non a dirigere il gioco. Stallings aveva la fobia dei pezzi di carta (di cui il dugout doveva essere assolutamente sgombro) e non cambiava mai posizione quando i suoi battitori cominciavano a produrre punti. Tanto che una volta, chinatosi per raccogliere un guscio di nocciolina (altro segno di male vibre), restò piegato perché il suo attacco aveva iniziato a far scintille: sette punti e mezz’ora dopo l’inning era terminato, e due giocatori portavano Stillings a braccia nella clubhouse, dove solo l’intervento del fisioterapista permise al manager di riacquisire la posizione eretta.

Il timoniere riassettava le mazze incrociate, le scuoteva per svegliarle, si assicurava che i guanti lasciati sulla panchina fossero rivolti verso l’alto… e forse trovò l’antidoto a ogni maledizione, perché i Braves del 1914 (ribattezzati Miracle Braves dalla storia) compirono la più incredibile delle rimonte, passando dall’ultimo posto a metà luglio alla vittoria del pennant e delle World Series.

 

George Stallings, timoniere dei Miracle Braves.

 

Ovviamente la più famosa superstizione del baseball è The Curse of The Bambino, che impedisce ai Red Sox di vincere le World Series da 85 anni; ma di questo abbiamo già ampiamente trattato.

 

Non è però necessario guardare in Major League per trovare atti scaramantici: nel nostro campionato di serie A abbiamo un Nettunese che bacia la mazza, uno di Reggio che scrive le proprie iniziali nel box e uno di Bologna che salta la corsia girandosi di 180 gradi prima di accomodarsi sul monte a inizio partita, senza contare i riti nascosti all’occhio dello spettatore.

 

Ma c’è qualcuno che non crede a queste cose?

Dusty Baker ricorda che nelle minors non batteva oltre .250 pur non cambiando mai la biancheria (wow!), e pertanto non è incline alla scaramanzia.

Il più estremo degli scettici era però Ralph Branca, lanciatore dei Dodgers, che provocatoriamente indossava il temuto numero 13 e non disdegnava, prima della partita, di tenere in braccio e accarezzare qualche gatto nero.

 

Ralph Branca mostra senza paura il numero 13: non sarà stato quello a fargli subire il Shot Heard 'Round The World?


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