WE PLAYED THE GAME

Gli spring-trainings sono i più affollati di tutti i tempi. La guerra è terminata e i campioni tornano a riprendersi la ribalta che era stata delle All-American Girls; gli anni del conflitto significano per alcuni essersi giocati le ultime stagioni di carriera, per altri l’opportunità di entrare nel grande baseball ad un’età altrimenti troppo avanzata.

 

Negli anni ‘90 Danny Peary ha attraversato gli States alla ricerca dei protagonisti dell’epoca (dal ’47 al ’64), e dalle loro vive testimonianze ha creato “We Played The Game”, un voluminoso tomo che ripercorre gli avvenimenti di 18 intensi anni di ballgame.

Il racconto è affidato alle voci dei 65 atleti “rintracciati” da Peary: si tratta di campioni del calibro di Harmon Killebrew, Lew Burdette e Dick Groat, ma anche di promesse mancate (per incomprensioni con i managers, per problemi personali quali l’alcoolismo, ecc.).

 

Danny Peary (edited by) - We Played The Game: 65 players remember baseball's greatest era, 1947-1964 - Hyperion, New York (1994).

 

Ci sono le testimonianze in prima persona di Don Newcombe, il primo pitcher di colore, di ElRoy Face, il pioniere dei closers, Jim Brosnan, rilievo a Chicago, St. Louis e Cincinnati, nonché autore lui stesso di due discussi best-sellers sul baseball; e poi Ryne Duren, che con un mix di alcool, scarsa vista e fastball da 100 mph, era il terrore dei battitori; Vic Power, Portoricano di colore che non capiva le discriminazioni che era costretto a subire negli States; Brooks Robinson, atleta di scarsi talenti che con il duro lavoro si aggiudica 13 Golden Gloves.

 

Dopo poche pagine di lettura ci si trova già immersi nel periodo e pare di cominciare ad affezionarsi ad alcuni giocatori e a fare il tifo per una squadra piuttosto che un’altra.

Jackie Robinson rompe la barriera razziale e vive un’intera stagione sotto una pressione che schiaccerebbe chiunque; la strada è aperta e seguiranno Dobi, Campanella, Newcombe e Satchel Paige: finalmente i migliori interpreti del gioco possono competere in un unico campionato.

Si avvertono le prime avvisaglie di contratti con cifre astronomiche, sebbene i giocatori non siano ancora rappresentati da agenti e spesso devono accettare passivamente le magre offerte degli owners.

Alcune carriere si avviano alla conclusione (DiMaggio, Musial e Williams, che nel ’52 è richiamato dai Marines per combattere in Corea), altre sbocciano (Mays, Mantle e Maris).

Gli Yankees dominano nell’AL, i Dodgers li sfidano spesso in World Series metropolitane, ma sembrano sempre “arrivare corti”.

 

Poi, quando le righe paiono scorrere lisce, giunge lo shock: i Dodgers e i Giants abbandonano New York per la West Coast. Sono i primi segnali che il baseball cambia; contemporaneamente iniziano le trasferte in aereo e le prime dirette televisive, che progressivamente allontaneranno il pubblico dai campi di Minor League (a proposito: sapevate che allora, dopo un HR, nelle Minors si usava far passare tra gli spalti il cappellino del battitore, che così arrotondava la sua misera paga con un po’ di mance?).

 

C’è ancora tempo per assistere alla nascita dei Twins, dei Mets, degli Angels e dei Colt .45s (poi Astros), alla chiusura dei Polo Grounds, al fuoricampo di Mazeroski in gara 7 delle series del ’60 e al crollo del record di Ruth (Maris batte 61 HRs nel ’61).

 

Il tutto è perfettamente condito da aneddoti riguardanti la vita dei giocatori ai bordi e fuori dal diamante. C’è spazio per la religione, il cinema, le donne, le partite a carte durante le trasferte e le risse nei locali.

Seicento pagine volano via e quando sono finite viene voglia di ricominciare da capo, magari da “The Glory of their Times” di Lawrence Ritter, libro a cui Peary si ispira e che copre, in modo analogo a We Played The Game, il periodo che va dall’inizio del secolo al secondo conflitto mondiale.


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