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Due modi molto diversi di interpretare uno stesso ruolo, e due autobiografie dalla forma e, ovviamente, dai contenuti piuttosto antitetici. A cominciare dal titolo, Out of the Blue, per Orel Hershiser, che evoca un’uscita “a rivedere le stelle”, contro Stranger to the Game, che appare un sigillo di fine carriera alla condizione che ha accompagnato Bob Gibson fin dal suo esordio in Major (o forse nella vita).
Le caratteristiche fisiche hanno senz’altro influito nel caratterizzare l’approccio al monte dei due fuoriclasse. Il corpo di Gibson era una macchina da competizione che gli consentiva di eccellere nel football, nel salto in alto, ma soprattutto nel basket (a vent’anni non aveva ancora scelto quale sport seguire e, mentre d’estate era nell’organizzazione dei Cardinals, d’inverno girava l’America con gli Harlem Globe-Trotters); al contrario Hershiser veniva visto, forse erroneamente, piuttosto fragile.
Il risultato sul diamante era che Bob si affidava, nei momenti topici, esclusivamente alla sua fastball, mentre Orel ha costruito la sua carriera su un arsenale vastissimo di lanci differenti.

Anche la scalata nella vita ha riservato ai due sentieri diversi.
Gibson, che si sofferma a lungo a raccontare la propria infanzia, vide la luce nella comunità nera di Omaha, in un periodo in cui l’integrazione razziale era ben lontana dalla realizzazione; le ristrettezze economiche, la discriminazione e l’educazione impartitagli dal fratello reduce di guerra (il padre morì prima di veder nascere Bob), forgiarono la personalità aggressiva che gli procurò nel baseball successo e poche amicizie.
Per Hershiser, invece, la mentalità vincente non arriva dalla sofferenza: nasce (quando Gibson è già nelle Big Leagues) da una famiglia ricca, ed è il padre, imprenditore di successo, ad instillargli la passione per il duro lavoro al fine di ottenere la fortuna.
Stranger to the Game è un susseguirsi di lotte per ottenere il rispetto; dalle questioni razziali (i Cardinals furono all’avanguardia nel processo di integrazione), a quelle tecnico-strategiche: lunghe dissertazioni servono a Gibson per spiegare ciò che egli considera il sacrosanto diritto di un pitcher di lanciare interno. C’è persino un intero paragrafo in cui il lettore viene illuminato sulle peculiarità e i diversi fini delbrush-back pitch, del knock-down pitch, ed il lancio effettuato con la sola intenzione di colpire il battitore.
Totalmente differente è la linea di pensiero di Orel-O, che racconta come, prima di ogni incontro, “ringrazio Dio per l’opportunità concessami e prego perché nessuno si faccia male” (dal canto suo Gibby non chiede mai scusa all’avversario colpito perché “non è nel mio stile”).

La religione permea interamente Out of the Blue, mentre l’autobiografia di Gibson, per quanto più particolareggiata nell’esposizione della vita esterna al diamante, non fa alcun cenno alla fede.
Il filo conduttore che accidentalmente lega i due libri risale alla stagione 1968, passata alla storia come l’anno dei pitchers.
L’asso dei Cardinals rievoca quell’anno, che egli visse da protagonista con una ERA record di 1.12, accennando anche alle imprese dei colleghi McLain (Tigers), che vinse 31 partite, e Drysdale (Dodgers), che inanellò una serie consecutiva di 58 inning e 2/3 senza concedere punti.
Proprio sull’inseguimento di tale record è concentrata la parte centrale del libro di Hershiser, che in effetti, più che un resoconto della vita del lanciatore, è un diario della sensazionale stagione 1988 vissuto da lui e dai suoi Dodgars.
Il drammatico conseguimento del primato (59 inning di shutout), alla 10a ripresa dell’ultimo incontro, è seguito dall’avvicinamento ai playoffs, con la squadra di Los Angeles indicata come sfavorita, e gli avversari che si lanciano in baldanzose dichiarazioni di guerra.
Anche nelle postseasons di Gibson affiorano situazioni analoghe e sono Mantle (nel ’64) e Yastrzemski (nel ’67) ad assurgere al ruolo dello spavaldo di turno impersonato invece da Cone nell’’88.
Un altro punto di comunione tra due eroi tanto diversi è l’accento posto sull’attitudine e la preparazione mentale: intere pagine di entrambi i libri sono dedicate alla necessità di lasciare gli eventi della vita privata, anche i più drammatici, all’esterno dello stadio; al tempo dedicato al mantenimento della condizione ed alle meccaniche di lancio; all’importanza di seguire attentamente il gioco anche quando non si è in partita.
Si scopre quanto piaccia ai lanciatori cimentarsi nel box: Orel, non un battitore fenomenale, indovina valide importanti nei play-off dell’’88, mentre Bob è addirittura in grado di chiudere anche oltre i .300 con una manciata di fuoricampo a stagione (nonostante lo staff dei Cardinals lo dissuada dal battere di mancino contro i destri, per evitare infortuni al braccio di lancio).
Diversi sono gli aneddoti che emergono dalle narrazioni, come ad esempio quello in cui LaSorda affibia al giovane Hershiser il soprannome di Bulldog (il buon Tommy era solito consacrare i rookies battezzandoli con un nickname di sua creazione); oppure quello di Gibson, che non sapendo che palla tirare per mettere in difficoltà Aaron, lancia l'unica knuckleball della sua carriera (“che diavolo era quello?” - “Quella era la mia migliore knuckleball, Hank”).
Altri episodi sono più drammatici: Orel ci porta dentro la clubhouse dei Dodgers all'8° di gara 1 delle World Series; Kirk Gibson smette gli abiti civili (aveva entrambe le gambe martoriate da vari infortuni) per indossare l’uniforme biancoblù, e dopo qualche swing nei corridoi dello stadio si presenta a LaSorda, pronto per l’ultimo attacco; il manager lo fa nascondere dietro di sé per non dare indizi agli A’s (manda un altro pinch-hitter a scaldarsi nel deck), per poi mandarlo nel box a segnare il fuoricampo della vittoria.
Altrettanto cariche di tensione sono le rincorse di Bob Gibson alla vittoria numero 20 ogni stagione, le sue prestazioni nelle settime delle World Series (vincente nel’’64 e nel’’67, sconfitto nel’‘68), ed il conseguimento della sua unica no-hit.
Sereno, pacato e con continui riferimenti alla fede è Out of the Blue; crudo, aggressivo e condito dal linguaggio della vita sofferta, di contro, è Stranger to the Game.
Il primo si conclude al culmine della celebrazione, all’indomani della sorprendente conquista del titolo da parte dei Dodgers; il secondo trova l’epilogo in un uomo boicottato dal gioco al quale ha dato tanto, a causa di una cattiva reputazione e, forse, di una pigmentazione eccessiva.
Se siete alla ricerca di qualche tranquilla ora di lettura, è Out of the Blue il libro che fa per voi: come le migliori favole ha inizio in un clima idilliaco e, dopo qualche disavventura, si risolve nel migliore dei modi.
Per affrontare Stranger to the Game (in questo caso i momenti di gloria sono preceduti e seguiti da tempi duri) sono invece necessarie forza d’animo e freddezza, perché, come Gibson stesso avverte, il libro è un lancio interno, e i suoi lanci interni hanno infuso timore e domandato rispetto ad una generazione di battitori.
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