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“Uno dei più grandi libri di baseball di tutti i tempi” secondo Allen Barra del New York Observer, Diamonds in the Rough è uscito nel 1996, frutto della collaudata collaborazione di Joel Zoss (l’anima letteraria) e John Bowman (quella storica), vicini di casa nel Massachussets.
Il primissimo paragrafo già tradisce l’impostazione dell’opera, che in più punti appare come un trattato sociologico: si tratta di “Baseball Talk”, una breve esposizione di quanto il linguaggio dei diamanti da oltre un secolo si sia insinuato nei discorsi della vita comune americana; il sipario è aperto sul primo capitolo, una sorta di warm-up che racconta di più di cent’anni di figurine, caccia agli autografi, “memorabilia”, giochi da tavolo e fanta-baseball (o meglio rotisserie ball).
Il libro entra nel vivo con le storie, e le leggende, della creazione: il mito di Doubleday, creato in qualche modo ad arte da Spalding, la figura di Cartwright ed i suoi Knickerboxers (la prima squadra organizzata), i legami col cricket ed i tentativi operati al fine di cancellare ogni traccia britannica dal National Pastime.

A seguire è il capitolo dedicato ai rapporti tra il baseball e le forze armate, una convivenza iniziata quando il gioco era ancora in “fasce”, mentre gli Stati Uniti erano teatro di guerra civile. La breve guerra ispano-americana consente l’esportazione del baseball nei Caraibi (in più nazioni i primi diamanti sono sorti durante e dopo conflitti che vedevano protagonisti gli americani – ne sappiamo qualcosa anche noi), mentre durante la prima mondiale sono le World Series anticipate a dare la spinta decisiva all’istituzionalizzazione di Star Spangled Banner quale inno nazionale. La seconda guerra attinge a mani piene dalla Major League, e campioni del calibro di DiMaggio, Sain e Williams smettono la divisa da gioco per indossare quella militare e, al loro ritorno l’accoglienza negli stadi è più calorosa che mai.
Tra i combattenti è presente il luogotenente Jackie Robinson (ma c’è anche Oscar Charleston e con lui altri giocatori di colore), ed il paradosso della segregazione sui campi da gioco si fa sempre più evidente.
Ha così inizio una lunga sezione (tre capitoli) dedicata alle varie fasi dell’integrazione nel baseball: da un’esclusiva per Anglosassoni protestanti all’avvento di Olandesi, Italiani, Europei dell’Est, Ebrei, Nativi Americani ed Ispanici.
Molto più delicata è la questione degli Afroamericani che Zoss e Bowman affrontano in “Don’t look back…”, che tratta del variegato mondo delle Negro Leagues, ed in “Robinsonia”, che svela i tanti retroscena nonché le accorte manovre politiche che portarono Branch Rickey a mettere sotto contratto Jackie Robinson.
Il settimo capitolo è per le donne: le prime spettatrici in un luogo considerato poco consono ad una signora, le All-American Girls, il processo che ha portato all’apertura della Little League alle ragazze, le proprietarie ed i falliti tentativi di alcune di diventare arbitro di Major.
Poi è la volta dell’arte visiva e di quella letteraria, con citazioni di film e romanzi dedicati al baseball, ma anche riferimenti più o meno casuali scovati, tra gli altri, in Twain, Hemingway e persino Jane Austen.
L’arbitro si merita un capitolo tutto per sé. Si scopre che alla fine dell’800 gli uomini in blu erano disprezzati più di quanto accada oggi e, per assicurarsi l’incolumità, si portavano appresso pistole che nelle situazioni più critiche non esitavano a mostrare. Molto più cari al pubblico erano i “Guest Umpires”: per anni infatti era uso, nelle Minor Leagues, servirsi, per qualche ripresa, di celebrità reclutate dal mondo dello spettacolo o dai ring di pugilato (e chi avrebbe osato protestare con questi?).
I demoni del baseball… No, il discorso sugli arbitri è già concluso; si parla invece di alcool, marijuana, cocaina, steroidi e compagnia: non può mancare l’aneddoto sulla salvezza di Grover Cleveland Alexander in gara 7 delle World Series del 1926, ottenuta in (presunto?) stato di ubriachezza; ma sono presenti anche interessanti riflessioni su come la birra, che porta innumerevoli sponsorizzazioni alle franchigie, trovi spazio negli spogliatoi a differenza degli altri alcolici.
Dai malesseri della società in qualche modo resi palesi dalle “addictions” alle situazioni drammatiche il passo è breve. Nel capitolo 12 si parla di collassi nervosi (quello di Piersall l’abbiamo menzionato in un precedente articolo), carriere rovinate da abuso di alcool o stupefacenti, o dalla semplice incapacità di reggere alla pressione di uno stadio affollato.
Bowman e Zoss riportano accadimenti ancor più tragici quali suicidi (solo un Major Leaguer si è tolto la vita durante la stagione di gioco, ma numerosi nella off-season o a carriera terminata), omicidi riusciti o tentati (il caso di Waitkus, che poi riprese la propria carriera, è piuttosto simile a quello di Robert Redford nel film “Il Migliore”), fino all’incredibile morte di Ray Chapman, l’unico giocatore ad aver lasciato la vita sul campo.
Il penultimo capitolo tratta della musica, arte lasciata indietro nella parte centrale del libro. Il primo pezzo inerente al gioco è Baseball Polka, uscito nel 1858; il filo che lega nel tempo Take Me Out To The Ballgame con The Baseball Song di Therry Cashman e brani più recenti è composto da numerose perle che inneggiano a singoli giocatori, a squadre, managers e qualche volta anche agli arbitri. Ci sono poi innumerevoli riferimenti in canzoni il cui tema principale non è legato al diamante, da Sinatra a Bruce Springsteen, passando per Chuck Berry e Simon & Garfunkel.
La conclusione dell’opera è affidata ad una panoramica sul baseball internazionale. I vicini di casa canadesi (campioni del mondo con i Blue Jays nel ’92 e nel ’93, ma anche primi ad ospitare Jackie Robinson nelle fila dei Montreal Royals) e messicani, i progenitori inglesi presso cui il gioco non ha mai attecchito, il giro del mondo organizzato da Spalding che portò i Chicago White Stockings ed una selezione All-Stars a giocare in Australia, Nuova Zelanda, Ceylon, Egitto (un match davanti alla grande Sfinge), Italia (presso il Vesuvio, poi a Villa Borghese e a Firenze – ma Spalding avrebbe voluto giocare dentro al Colosseo!), Francia e Gran Bretagna; e ancora la diffusione in periodi bellici nei Carabi, in Korea, a Macao e a Nicaragua. Due potenze del baseball quali Cuba e Giappone ricevono ovviamente molto spazio, così come i nuovi orizzonti apertisi nell’Europa dell’Est dopo il crollo sovietico.
Diamonds In The Rough è un’opera che non può mancare in una collezione di libri di baseball: la vastità di argomenti che tratta è impressionante ed è impossibile terminarne la lettura senza aver arricchito la propria conoscenza di storie ed aneddoti.
Una vera gemma.
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