INNOCENZA E MERAVIGLIA

A volte si può pensare che il lavoro di bat-boy sia la migliore benedizione che possa capitare ad un ragazzo e, in fondo, forse lo è davvero. Ma se pensate che il compito si esaurisca nel raccogliere e riordinare le mazze vi sbagliate di grosso.

 

Recuperare alle tre di pomeriggio le uniformi dalla lavasciuga, oliare gli armadietti, recapitare ai coaches le statistiche dalla sala stampa. Alle 3:30 recare le palline nello spogliatoio degli arbitri, lucidare le loro scarpe e far loro trovare frutta, panini e caffè. Poi, mezz’ora dopo, trasportare sul terreno di gioco le mazze per il batting pratice, insieme alla resina, le mazze appesantite e quant’altro serve. Fine BP: i giocatori tornano nella clubhouse con un mare di richieste (un’altra T-shirt, i calzetti…); qualcuno ha bisogno che gli siano alzate le palline per fare un po’ di extra-toss, ci sono da recuperare le palle finite in tribuna durante il riscaldamento, portare nel dug-out le bevande, gli asciugamani, i semi di girasole, sistemare il bullpen e, appena prima dell’incontro (sono già le 7:30!) mettere il sacchetto della resina sul monte.

Quando inizia la partita è quasi relax in confronto.

 

Questo è parte di ciò che potete leggere in Innocence & Wonder di Neil D. Isaacs, una raccolta di interviste a bat-boys che hanno calcato i diamanti da costa a costa, a partire dagli anni ’20 sino ai giorni nostri.

 

 

I più vecchi, meno numerosi per ovvie ragioni, hanno memorie di episodi riguardanti The Babe e Ty Cobb, in un periodo in cui la figura del bat-boy cominciava a prendere forma, distanziandosi da quella della mascotte e divenendo, di fatto, una forma di lavoro estremamente sottopagato. Con lo scorrere dei decenni ed il nascere di nuove franchigie, oltre ad adeguarsi ai tempi per quanto riguarda i salari, i bat-boy sono stati testimoni del fiorire e dell’appassire di generazioni di giocatori, da Geherig a Ripken passando per Williams, Mays e Rose.

 

La posizione privilegiata di questi ragazzi (quotidianamente gomito a gomito con gli idoli dei propri coetanei) ci consente, tramite i loro racconti, di conoscere aspetti dei campioni che vanno oltre le prestazioni agonistiche: i migliori dispensatori di mance, i lavoratori indefessi, ma anche i più antipatici escono allo scoperto con Innocence & Wonder (sebbene c’è una certa riluttanza a nominare i protagonisti negativi).

Ogni (ex) ragazzo ha un aneddoto particolare e così le pagine si riempono  di managers che invitano i bat-boys in ristoranti di lusso durante le trasferte, giocatori che si improvvisano cuochi in barbecues “di squadra” o che prestano la macchina costosissima ai “portamazze” che devono uscire a cena con una ragazza conosciuta sugli spalti.

 

Pur con le individualità di ciascuno, le carriere dei bat-boys hanno uno svolgimento più o meno standard. Dall’ingresso più o meno casuale sui diamanti (in genere c’è di mezzo una conoscenza, o una lettera del giovane alla franchigia che ha fatto colpo) i compiti assumono sempre maggiori oneri e onori: dalla “guardia” alla linea di foul a ball-boy, a bat-boy del dugout ospite fino all’ambito ruolo di bat-boy della squadra di casa.

Quasi tutti hanno avuto l’esperienza della road trip (in genere una a stagione), ove tutto è molto più facile: il lavoro grosso lo fanno i ragazzi locali, mentre si può godere appieno del contatto con i giocatori (che si offrono di pagare ogni spesa), del viaggio in aereo, degli alberghi e della vita nelle grandi città.

 

Circa 200 bat-boys intervistati e praticamente nessuno che sia sfuggito ai vari riti di iniziazione. Il più comune si svolge circa così: un giocatore, magari uno dei più importanti (tipo George Brett) e che incuta tanto timore reverenziale da impedire ogni discussione, chiede al bat-boy di andargli a prendere le chiavi del box di battuta; la vittima si reca dall’equipe addetta alla manutenzione del campo che lo indirizza al pitching coach, il quale dice di esserne sprovvisto… Prima che gli sia svelato l’inganno il bat-boy si fa tre-quattro volte il campo avanti e indietro, e magari viene anche spedito ai piani alti a richiedere dei duplicati (anche quelli del front-office sono complici!). Alcune varianti impiegano, al posto delle chiavi suddette, una sacca di palle curve (sic), un secchio di vapore e altre simili assurdità.

Un’altra goliardata, riservata talvolta anche ai giocatori neo-arrivati, è la torta avariata: tutti passano nei pressi di un bel dolce alla panna e, tappandosi il naso portano l’attenzione sul fatto che la prelibatezza possa essere andata a male: quando il predestinato si decide ad indagare di persona e avvicina il proprio volto per annusare, si trova per magia con tutta la faccia immersa nella panna.

 

Anche i bat-boy hanno delle responsabilità e, davanti a decine di migliaia di spettatori, certe figuracce fanno venire il desiderio di scomparire: in Innocence & Wonder ci sono racconti di capitomboli, palline in fronte, o recuperate quando ancora in gioco; ma c’è anche il caso di Chad Blossfield, che nelle Series del 1957, ebbe un ruolo fondamentale nel far girare l’inerzia in favore dei suoi Braves (dato che qualcuno potrebbe voler leggere il libro e non avere la sorpresa rovinata, rinvio la narrazione del fatto ad una pagina a parte).

 

Al termine di ogni intervista, Isaacs fornisce una breve nota sulla vita attuale dei protagonisti del suo libro: alcuni hanno continuato a lavorare nell’organizzazione  con compiti quali clubhouse manager, addetto alle statistiche, o persino con cariche importanti nel front-office; ce n’è inoltre una manciata che ha fatto carriera in Major come giocatore, mentre una fetta curiosamente grande ha fatto della collaborazione con la legge il proprio mestiere (da semplici poliziotti a giudici e persino un grosso personaggio dell’FBI).

 

Tutte le franchigie hanno “fornito” materiale a Innocence & Wonder, con le più vecchie, e quelle delle grandi metropoli, maggiormente rappresentate; c’è anche un piccolo gruppo di ragazzi che ha portato mazze soltanto a livello di leghe minori (tra cui Johnny Pesky). L’introduzione è affidata a uno che il bat-boy l’ha fatto solo ai livelli più bassi, nella squadra del dipartimento dei vigili del fuoco, dalle parti di Little Rock. Da quell’inizio per seguire il padre, però, Brooks Robinson ha avuto una gloriosa carriera (suggellata da una placca a Cooperstown), durante la quale non ha mai fatto mancare parole di apprezzamento ai giovani che lavoravano per lui e per i suoi compagni.


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