BIG APPLE BASEBALL

Se è accaduto nel baseball è accaduto a New York.

Questa unica affermazione potrebbe catturare quanto raccontato da Harvey Frommer in Big Apple Baseball – An Illustrated History From The Boroughs To The BallParks.

Se credete nella Genesi (del Baseball), è stato proprio nei pressi di New York che Abner Doubleday ha inventato il gioco; se abbracciate la più realistica “teoria evoluzionistica” è comunque dalla Grande Mela che il baseball ha mosso i primi passi.

 

In Big Apple Baseball troverete dunque il resoconto della prima partita e la storia della prima palla curva lanciata (vedi Eppur si Muove); le squadre della città sono seguite sin dai loro primi passi, in tempi lontani, in cui due gare di Major potevano disputarsi in campi contigui in contemporanea.

 

Dalla fase embrionale del baseball si passa al XX secolo ed alla comparsa dei primi grandi eroi. Sono il dispotico ma geniale manager John McGraw e la sua scoperta Christy Mathewson a fare per primi grandi i Giants; nel frattempo viene composta Take Me Out To The Ballgame, Stengel è ancora un giovane giocatore (ma già viene scortato fuori dal campo dalle forze dell’ordine dopo un’espulsione), gli Yankees adottano le Pinstripes, e a Boston brilla la stella di un giovane lanciatore che porterà la squadra del Bronx ai vertici del baseball.

 

Con gli anni ’20 è l’esplosione del baseball newyorkese. Ruth inanella un fuoricampo dopo l’altro, e le migliaia di spettatori che popolano i Polo Grounds in ogni incontro convincono gli Yankees a costruirsi uno stadio tutto per loro; in questi anni ha luogo la prima Subway Series tra Giants e Yankees (Brooklyn attraversa momenti poco brillanti); una giovane stella è on deck quando The Babe va alla battuta e, nel ’27, i campioni che indossano le pinstripes formano quella che è tuttora considerata la miglior squadra di tutti i tempi.

 

Come sempre accade, ogni generazione finisce prima o poi col cedere il passo a quella successiva.

 

Così, dopo la depressione, il baseball saluta McGraw che si ritira, e Miller Huggins, condottiero Yankee che scompare prematuramente, a cui sarà dedicato il primo monumento allo Yankee Stadium. I nuovi manager a calcare la scena sono McCarthy e Durocher, mentre tra i giocatori spunta il nome di Joe DiMaggio.

 

Gli anni ’30 si chiudono su una triste nota: il 4 luglio 1939 un’intera nazione è commossa dal discorso di addio di Lou Gehrigh, l’Orgoglio degli Yankees, capitano che pareva indistruttibile, ma che stava cedendo ad un male oscuro che due anni dopo gli avrebbe sottratto la vita.

 

Prima della guerra il destino aveva in serbo per New York altri momenti salienti.

 

Nel 1941 DiMaggio mise a segno almeno una valida in 56 incontri consecutivi; nell’ottobre dello stesso anno per la prima volta si sfidarono Yankees e Dodgers, e la vittoria dei primi portò alla nascita del famoso detto brooklynense “Wait ‘Til Next Year”.

 

Il dopoguerra è il periodo più florido e tumultuoso per le tre squadre di NY. Nel 1947 i Dodgers sono la squadra che abbatte la vergognosa barriera razziale, firmando Jackie Robinson. Per un anno il giovane nero deve sopportare discriminazione, insulti e minacce di morte. La sua tenacia varrà a lui il premio di miglior rookie e a Brooklyn il pennant, ma soprattutto chiuderà una triste pagina del baseball.

 

 

I nomi che fanno capolino nel baseball newyorkese sono quelli di Berra, Mays, Mantle e Maris. Non mancano momenti drammatici: la valida concessa da Bill Bevens dopo 8 inning e 2/3 di no-hit che gli costa gara 4 delle World Series, la presa del quasi sconosciuto Gionfriddo che ruba un fuoricampo al “dio” DiMaggio, l’homer di Thomson nello spareggio Giants-Dodgers del 1951 passato alla storia come “The Shot Heard Round The World”, la presa di Willie Mays nel profondo esterno centro dei Polo Grounds, quelle di Pafko e Amoros che derubano Woodling e Berra di importanti homers, l’unica vittoria di Brooklyn, il perfect game di Larsen.

 

E all’improvviso, nel clima di euforia per avere tre squadre ai vertici, New York si ritrova con i soli Yankees, quando Dodgers e Giants invadono rispettivamente Los Angeles e San Francisco.

Il decennio successivo vede lo strapotere delle pinstripes guidate dalle pesanti mazze di Mantle e Maris, con quest’ultimo che infrange, in un clima di assoluta ostilità il record di fuoricampo di Babe Ruth.

 

Nel ’62 la National League è di nuovo di scena nella grande mela con i terribili Mets guidati, suo malgrado, dal grande Stengel che aveva dominato negli anni precedenti con gli Yankees. Passano sette anni e la squadra più scassata della lega compie quello che è ritenuto il più irripetibile dei miracoli sportivi, aggiudicandosi le World Series del 1969.

 

C’è spazio per un periodo buio per gli Yankees, per altri momenti storici del baseball (i tre homer di Reggie Jackson in altrettanti lanci in una gara di World Series), per cinque licenziamenti e successive riassunzioni nei confronti di Billy Martin.

 

Big Apple Baseball si chiude all’indomani dello sciopero del 1994, dopo aver presentato i campioni degli anni ’80 e ’90 (Mattingly, Strawberry, Gooden), alla vigilia di un nuovo periodo fulgido per gli Yankees, che saliranno sul tetto del baseball per 4 anni consecutivi.

 

Tutto questo fa parte del libro di Frommer e altro ancora; se gli episodi accennati nelle righe precedenti non vi hanno detto nulla di nuovo, nelle pagine di Big Apple Baseball scoprirete il primo giocatore pagato, imparerete chi erano i Daffines Boys, conoscerete la storia del più discusso degli asterischi mai scritti e tanti avvenimenti più o meno eclatanti. E quando avete finito di leggerlo potrete continuare a sfogliarne le pagine, abbondantemente corredate di fotografie che raccolgono ogni importante momento di un’ampia fetta della tradizione del baseball.


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