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Okay, avete deciso che volete conoscere la storia del baseball: vi comprate una delle tante enciclopedie disponibili (sul mercato americano, ovviamente), sia essa costituita da un grosso volume cartaceo, da un paio di video cassette o da un CD-Rom, ed avete a disposizione tutta l’informazione che vi serve.
Oppure potete costruirvi poco alla volta una piccola biblioteca (mediateca, se non volete affidarvi solo ai discendenti di Guttenberg)… C’è The Glory Of Their Times di Lawrence Ritter che copre, con suggestive interviste ai protagonisti, la prima parte del XX secolo; We Played The Game (di cui abbiamo parlato già in queste pagine) compie lo stesso lavoro sul ventennio che va dalla fine del secondo conflitto mondiale al 1964; dopodiché siamo così vicino al presente che semmai il problema può essere quello di dover scegliere; aggiungete un paio di libri con ricerche sulle origini e non vi manca niente.
Oppure no?
Immaginate di avere a disposizione le fonti attualmente presenti sulla storia greca antica, ma di non poter leggere l’Iliade o l’Odissea. Della guerra di Troia, dei suoi eroi e delle sue leggende, trovereste comunque ampia documentazione altrove, ma non sarebbe la stessa cosa, no?
Anche il baseball ha avuto il suo Omero in Fried Lieb, e la sua opera conclusiva, Baseball As I Have Known It, raccoglie sette decenni di Major League nel racconto di un uomo che di tutti è stato testimone diretto.
Proprio quest’ultimo fattore è la chiave che fa di Baseball As I Have Known It un pezzo indispensabile in una biblioteca baseballistica: laddove si parla del passato del gioco in genere sono state compiute ricerche o ci si è affidati a quanto tramandato dalla tradizione; nel caso di Lieb no. Dalla fine del XIX secolo, quando clandestinamente (l’autore era un bambino) si intrufolava nel saloon per leggere le classifiche aggiornate prima di essere cacciato a pedate dal padrone del locale, all’abbattimento da parte di Aaron del leggendario record dei fuoricampo di Babe Ruth, quando ormai era un giornalista più che onorato, quello che Lieb racconta l’ha visto con i propri occhi.
Gli episodi che prima raccontò sui giornali per cui lavorava, che poi hanno popolato le pagine di Baseball As I Have Known It, sono imprese eroiche, ma anche giocate stupide, scandali e tragedie. Lieb era sugli spalti quando un lancio sfuggito a Carl Mays provocò l’unico incidente fatale nella storia delle Major; era presente quando scoppiò il caso delle World Series truccate del 1919 e, quale amico personale del giudice Kenesaw Mountain Landis, seguì da posizione privilegiata il processo che portò alla squalifica a vita degli otto Black Sox.
Fu il primo ad avere svelata la causa che aveva tolto a Lou Gehrig il vigore dei giorni migliori e che lo avrebbero lentamente strappato alla vita: quale amico di famiglia Lieb non lasciò trapelare la notizia finchè il grande Lou e gli Yankees ne diedero comunicazione ufficiale (conoscete un giornalista che oggi si comporterebbe con altrettanta delicatezza?).
Se credete di aver sentito tutto sul più grande giocatore di tutti i tempi, nelle pagine dedicate a Ruth troverete senz’altro qualche aspetto che non conoscevate: Lieb infatti non vi intratterrà con le imprese da film di The Babe (niente accenni a The Called Shot, ai continui dissensi con la dirigenza Yankee), ma vi racconterà di un pop che non scendeva più, di aneddoti sulla guida del Bambino, o del più grande battitore di sempre impegnato a rammentare, a un tifoso di scarsa memoria, quanto fosse bravo anche sul monte ad inizio carriera.
Baseball As I Have Known It disegna i profili dell’elegante Honus Wagner, del guerriero Ty Cobb, del superficiale Hal Chase (“aveva un cervello da cavatappi!”), del signorile Mathewson, dell’insicuro Gehrig, di Grover Cleveland Alexander impegnato a lottare con i demoni dell’alcool, dell’impareggiabile professore Casey Stengel. Di ognuno di essi Lieb fornisce dettagli ottenuti da un contatto personale e da una lucida osservazione affinata nel corso della propria interminabile carriera; dettagli e introspezioni che raramente possono emergere tra le pagine di un enciclopedia.
Dunque Baseball As I Have Known It è indispensabile perché racconta qualcosa in più. Racconta di una tournèe in Giappone in cui Gehrig appare come lanciatore e, episodio ben più insolito, dà forfait nelle ultime esibizioni a causa di un infortunio (da qualche parte, nel Sol Levante, un ragazzino del college si potè fregiare del dubbio vanto di aver vulnerato con una fastball l’Iron Man – hey, in fondo anche Achille fu colpito al tallone in “off-season” da un avversario tutt’altro che blasonato!); racconta di una singolare “scommessa metereologica” che fruttò una notevole somma a Christy Matthewson, bisognoso di fondi per tentare di curare la tubercolosi contratta nella prima guerra mondiale; racconta anche, perché no, del nascere e dell’evolversi di una brillante stella del giornalismo.
Uno stile gradevole narra gli episodi e disegna i caratteri, e conclude l’opera esaminando come il baseball, e con esso il mondo che lo circonda, sia cambiato in 70 anni (ma anche come, sotto certi aspetti, non sia stato scalfito dallo scorrere del tempo).
Persino l’appendice di Baseball I Have Known It è un gioiello di inestimabile valore che Fred Lieb regala agli appassionati di baseball… Vi sarete più volti imbattuti nelle classifiche dei migliori 50-100 giocatori di sempre, stilate a più riprese da riviste (Sporting News è una), talvolta persino elemento cardine di libri (di Baseball’s All-Time Dreams Teams parleremo forse in futuro in questa rubrica). Ancora una volta possiamo figurarci un ricercatore, o un team, sommerso di statistiche, vecchi ritagli di giornale, frammenti di interviste e quanto altro serva a rimettere insieme decenni di storia del diamante. Per Lieb invece, la fortuna (sua e indirettamente di chi ne legge l’opera) della longevità è quanto è bastato per giudicare i migliori di ogni epoca per diretta testimonianza.
Come affermava Oscar Wilde, il piacere perfetto è quello che lascia un pizzico di insoddisfazione: nemmeno questo è un elemento che fa difetto a Baseball As I Have Known It.
Nelle conclusioni infatti Lieb considera il fatto di aver visto i record di Ruth crollare sotto i colpi di altri eccellenti battitori; numerosi ottimi lanciatori succedere agli immortali Cy Young, Walter Johnson e Christy Mathewson; menti del calibro di Stengel e McCarthy colmare i vuoti lasciati nel dug-out dai condottieri John McGraw e Connie Mack; esterni quali Mays, Mantle e DiMaggio uscire dalle scomode ombre di Tris Speaker e Ty Cobb; ma di non avere mai riscontrato l’eguale di Honus Wagner nel riscoprire la posizione di interbase…
E al lettore di oggi sorge il desiderio che dall’alto ci rimandino per un po’ Fred Lieb, per chiedergli se Ripken e A-Rod possono stare accanto al mostro che non ha trovato concorrenza in tre quarti di secolo.
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