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Quasi tutte le autobiografie di Major Leaguers sono co-firmate da uno scrittore professionista; in questa sezione abbiamo trattato di Stranger to the Game (Bob Gibson and Lonnie Wheeler) e Out of the Blue (Orel Hershiser with Jerry B. Jenkins), mentre altrove abbiamo preso a prestito passaggi da Weaver on Strategy (Earl Weaver with Terry Pluto).
Mentre si scorrono le pagine di questi libri, è impossibile evitare di domandarsi se la "spalla" si sia limitata ad aggiustamenti sintattici o abbia provveduto a censure, abbellimenti e chissà cos'altro: stiamo forse pagando la lettura scorrevole a un prezzo eccessivo?
Tutto ciò si verifica molto marginalmente con Maybe I'll Pitch Forever, autobiografia di Leroy Robert Paige. Un primo segno positivo in questo senso appare già sulla copertina: sotto al titolo, la dicitura è "Satchel Paige as told to David Lipman".
Leggendo si ha proprio l'impressione che Lipman abbia semplicemente azionato un registratore davanti alla loquace bocca di Paige e il suo lavoro sia stato di pura trascrizione.
Il risultato è che niente sembra esserci stato nascosto.

Il più leggendario pitcher di ogni tempo parla di sé talvolta in prima talvolta in terza persona (Ol' Satch…), non sempre segue le regole del Queen's English, ma gli sgarbi alla grammatica spesso rendono più vivido il racconto.
Nel libro trovano spazio le sue esagerazioni, quelle stesse che hanno creato il suo mito ("In quel periodo avevo male agli occhi per quanto era lucida la mia Cadillac"), e momenti di falsa modestia ("In realtà ho lanciato più di 100 no-hit, ma ho sempre detto di averne lanciate solo 100").
L'inizio è nella povertà di Mobile, dove Satch raccoglie e vende bottiglie per qualche spicciolo, e dove ruba un oggetto di nessun valore, finendo in riformatorio.
La conclusione non coincide con l'accesso alla Hall of Fame, perchè Maybe I'll Pitch Forever è del 1962, circa tre anni prima della comparsa in amglia Athletics (allora Kansas City), alla veneranda età di 59 anni …forse.
Già, perché uno dei temi del libro, così come nella vita di Paige, è il mistero dell'età dell'asso che, inevitabilmente, glissa anche in occasione dell'autobiografia.
L'apice della narrazione coincide con quello della carriera di Paige: l'esordio in MLB con gli Indians, i record di spettatori ad ogni sua partenza, l'apporto fondamentale alla conquista del pennant.
Ma quando inizierete a leggere Maybe I'll Pitch Forever, non vorrete conoscere quel poco di Satch che è accuratamente registrato negli archivi dell'American League. Piuttosto sarete curiosi di sapere se davvero in un giorno lanciò due complete game, per due squadre diverse, in due città.
Vorrete i dettagli della famosa valida messa a segno su di lui dal minor leaguer Joe DiMaggio, delle sfide con Dizzy Dean e Bob Feller, o di come il dittatore Trujillo lo convinse a giocare per la propria squadra a Santo Domingo.
Cercherete tra le pagine i ritratti dei suoi lanci: la jump-ball, il long tom, l'hesitation.
Conterete le carriere nate e tramontate durante il peregrinare del maggior rappresentante del Negro League Baseball.
Decenni scorreranno con le pagine, ravvivando nel lettore la domanda che cinque o sei generazioni si sono poste: qual è la vera età di Satchel Paige?
Quando chiuderete Maybe I'll Pitch Forever, vi accontenterete di rispondervi che siete di fronte a un immortale.
Ol' Satch, dal canto suo, vi dirà che "age is a question of mind over matter:if you don't mind, it doesn't matter".
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