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Come ci si comporta con un Dio?
Finché vivrà sulla terra in un corpo mortale, troverà presto una piccola schiera di discepoli, in genere tra la plebe, che immediatamente ne riconoscerà la grandezza.
Ai piani più alti della gerarchia sociale, più facilmente, incontrerà detrattori, magari capaci di crocefiggerlo.
Lontano dal luogo della sua discesa in terra, solo a una minoranza giungerà l'eco smorzata delle sue prodezze.
Inevitabilmente morirà troppo presto, sacrificandosi per salvare una popolazione, e da quel momento sarà riconosciuto e ammirato da tutti.
Bruce Markusen è uno dei tanti evangelisti - senz'altro più di quattro - ad essersi cimentati nella biografia di Roberto Clemente. Se qui leggete la vita di "Arriba" secondo Bruce, non è perché riteniamo i suoi scritti migliori di altri, ma solo perché il libro The Great One era su una bancarella quando visitammo il luogo in cui il numero 21 faceva i miracoli.

La storia di Markusen è quella di tutti gli altri.
Pittsburgh è la Terra Santa, lontano dalla quale pochi sono al corrente delle prodezze del primo portoricano in Major League.
I fans della città dell'acciaio, in particolare i giovanissimi e i suoi conterranei, sono i fedeli discepoli di Clemente.
Una buona fetta di giornalisti sono quelli che cercano di metterlo in croce, prendendosi gioco del suo accento latino, inventando o enfatizzando dissidi con compagni e allenatori e, soprattutto, accusandolo di scarsa voglia di giocare e ipocondria.
Un volo finito poco (troppo poco) dopo il decollo è la causa del passaggio all'Olimpo; un volo, destinato a portare beni di prima necessità a un popolo martoriato dal terremoto, organizzato dallo stesso Clemente.
Markusen ha senz'altro sposato la santificazione incondizionata dell'esterno destro.
Il suo racconto è eccessivamente disseminato di apologie a 360 gradi, di esaltazioni di gesta che non necessitano di illuminazione altra che la propria, di giustificazioni a qualsiasi atto del Great One.
La condizione di appartenere a una "doppia minoranza" (nero e ispanico) non ha certo reso agevole la vita in America e nelle Majors a Clemente; ciò, però, non è lontanamente sufficiente a ipotizzare un calvario analogo - men che meno peggiore- a quello affrontato da Jackie Robinson.
Se siete disposti a sopportare l'eccesso di parzialità di Markusen - di cui, peraltro, abbiamo già svelato l'esempio estremo -, potete apprezzare un libro gradevole e informativo.
Non sono tanto gli eventi sul campo, almeno non sui diamanti di National League, il valore aggiunto della narrazione, bensì la vita privata del campione e i suoi inverni in Portorico.
L'esasperata ricerca di dare importanza a ogni azione di Clemente, porta - forse involontariamente - alla luce giocate non tramandate, ma non per questo meno determinanti o significanti la classe dell'atleta.
La conclusione, inevitabilmente coincidente con la tragedia, è il momento in cui Markusen si eleva.
Piuttosto che cadere nella facile tentazione di ipotizzare cause o attribuire colpe per l'incidente, Bruce dipinge una serie di quadretti ritraenti la preparazione del viaggio - siamo sotto Natale - e le azioni e reazioni all'inesorabile spandersi della notizia.
L'alba non ha ancora salutato il 1° gennaio 1973, Dave Giusti e Steve Blass rientrando dalla festa di San Silvestro, accendono l'autoradio dalla quale apprendono di aver perso un compagno.
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