BALL FOUR

Oggi parliamo di un libro che ha suscitato le ire dell’estabilishment del baseball, al punto che, in qualche clubhouse, ne sono state bruciate copie.

I motivi di tanta ostilità sono molteplici, il seguente è uno: tra le pagine emerge un mondo tutt’altro che efficiente, nonostante il giro d’affari che lo circonda domanderebbe razionalità; i pochi soggetti pensanti appaiono vivere ai margini del gruppo creato dai baseball men, persone componenti un circolo elitario il cui tratto caratteristico, stando almeno a quanto traspare dal libro, è la capacità di sputare costantemente tabacco e luoghi comuni.

 

Sento già qualcuno commentare: “Guarda che la recensione di Moneyball l’hai scritta quasi quattro anni fa!”.

Niente Moneyball, niente statistiche, niente terzo millennio.

Siamo nel 1969, i Beatles suonano ancora insieme (per poco), non abbiamo raggiunto ancora la luna (manca poco) e il baseball ha appena aperto le porte a quattro nuove franchigie.

 

Proprio in una di queste, i Seattle Pilots che nel giro di un anno si trasformeranno nei Milwaukee Brewers, milita un ex lanciatore di fiamme, il cui cannone è stato raffreddato da vari infortuni.

Jim Bouton cerca di riconquistare un posto in Major League e di rilanciare la propria carriera con una knuckleball in fase di perfezionamento; e durante il percorso scrive Ball Four.

 

 

Non è tanto il ritratto del coach medio sputatabacco ad aver scatenato il baseball contro Bouton, quanto l’infrazione di una regola sacra della club house:

 

“Ciò che vedi qui,

ciò che senti qui,

lascialo qui,

quando te ne vai di qui”,

 

come recitato in targhe effettivamente affisse in alcune clubhouse.

 

Il diario di Jim - non è il primo, sebbene sia il più noto; un lustro prima Brosnan, pure Jim, aveva prodotto in sequenza The Long Season e Pennant Race, - al contrario, racconta tutto. Dai giochi più dementi, inventati nelle ultime file dei bus, all’integrazione razziale nel baseball e nella società.

Denunciare apertamente il ben celato quota system (usanza per cui, a oltre vent’anni dall’esordio di Jackie Robinson, ogni squadra schierava un numero limitato/controllato di neri) è uno dei punti che ha portato il Commissioner a invitare l’autore nel proprio ufficio; rendere pubblica la  consuetudine di molti atleti di caricarsi con pillole (fornite anche dallo staff tecnico) è senz’altro uno dei motivi per cui lo stesso Bowie Kuhn ha intimato a Bouton di dichiarare al mondo che il contenuto di Ball Four fosse mendace; la rivelazione di particolari legati alla sfera privata ha infine dato il via alla rivolta dei colleghi di Jim.

 

A contare tutte le sentenze negative sul libro si potrebbe pensare a un flop editoriale; tanto più che la maggior parte degli accesi detrattori – come trent’anni dopo avverrà per Moneyball – manco lo ha letto.

 

La casa editrice non riteneva il diario di un giocatore marginale di un expansion team degno di grandi investimenti: la prima tornata contava 5.000 copie stampate. Pubblicità negativa è pur sempre pubblicità, e le immediate polemiche, unite alla possibilità per i fan di conoscere per la prima volta la vita da major leaguer, hanno fatto di Ball Four un best seller. A tutt’oggi è tra i libri sportivi più venduti al mondo, con tanto di traduzione giapponese; tra i numerosi lettori d’eccezione, persino John Lennon ne ha apprezzato i contenuti.

 

Detto della storia che gli gravita intorno, Ball Four è una gradevole lettura da viaggio, come molti diari, ricca di aneddoti e di ritratti, capace di regalare molti sorrisi, ma anche momenti di riflessione.

Le edizioni attualmente in stampa sono corredate da un paio di appendici (“dieci anni dopo” e “venti anni dopo”), in cui Bouton si concede la possibilità di analizzare le critiche e gli apprezzamenti ricevuti e in cui rintraccia la vita successiva agli anni ’70 dei protagonisti dei suoi scritti.

 

Oggi siamo abituati ai libri vi-racconto-tutto-quanto-c’è-da-sapere-e- anche-di-più, genere con cui Canseco si è costruito una rendita post-carriera; quando uscì Ball Four, invece, l’autobiografia media del ballplayer era più o meno “giocare per la squadra”, “riposare in vista dell’incontro importante”, “pensare a una partita alla volta”.

Jim Bouton è in un felice punto di mezzo, che forse nessun altro ha mai più trovato.


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