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Spero avrà una buona diffusione tra gli appassionati del baseball.
Non perché aneli a recuperare le spese in inchiostro, carta, corrente elettrica e future visite oculistiche. Semplicemente mi piacerebbe che chi calca un diamante – anche il più dimenticato da Dio e dal tagliaerbe -, chi il fine settimana va al campo a guardare la partita, chi sta comodamente seduto sul divano del salotto ad apprezzare le prodezze compiute un oceano lontane, possa apprezzare al meglio il proprio passatempo.
Ho scoperto perché il baseball è fantastico e meglio degli altri sport.
Non perché, come diceva Weaver, non esiste il cronometro e pertanto la squadra in svantaggio ha sempre la propria opportunità; nemmeno perché, come hanno scritto altri – in termini più poetici di quelli del condottiero di Baltimore -, segue il ciclo della vita, svegliandosi in primavera per tornarsene in letargo ogni autunno.
È molto più semplice.
Quando sono a casa e guardo in diretta i Cubs al Wrigley Field, tra un inning e l’altro, durante il cambio di campo, riesco ad apparecchiare la tavola, e nel mezzo di un turno di battuta, mentre il pitcher “massaggia” la palla, posso abbassare lo sguardo per infilzare i maccheroni, senza timore di perdere l’unica azione degna di tutta la partita.
E allo stadio (al campo, se preferite) c’è tempo e spazio per chiacchierare, anche non di baseball, volendo.
In nove inning si può scorazzare a piacimento avanti e indietro per il secolo e mezzo di storia di questo meraviglioso sport, ed è proprio ciò che ho fatto in Opener, prendendo a pretesto gara 1 dell'ultima World Series.

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Lo so, non è un’idea originale raccontare il baseball in nove inning. Prima di me l’hanno già fatto almeno quattro autori: Daniel Okrent, in Nine Innings per l’appunto, Keith Hernandez, in Pure Baseball (per la verità lui ha usato due partite), Steve Kettmann in One Day at Fenway e Charles Euchner in The Last Nine Innings.
Ovviamente, sebbene in nove inning ci sia tempo per tante chiacchiere, non sono riuscito a trovare spazio per tutti gli eventi che formano la cultura del diamante. Sono riuscito a infilarci tra le altre cose,
- la nascita del farm system,
- il primo Giapponese in Major League,
- la storia del battitore designato,
- il miglior slider, il miglior cambio, la miglior curva e la miglior screwball della storia,
- il Ted Williams Shift,
- l'embargo di Cuba,
- i cacciatori di talento nella Repubblica Dominicana,
- il contributo del baseball alla seconda guerra mondiale,
- l'arte della manutenzione del terreno di gioco.
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Nemmeno era l’intenzione di questo libello raccogliere e dispensare la lunga e ramificata storia dell’Old Ball Game nella sua completezza: sarebbe stata impresa titanica e soprattutto pretenziosa. Nessuno ha dentro di sé la storia del baseball; ognuno ha la propria storia, iniziata con la lettura di uno o due libri (scelti per la bella copertina, o perché parlavano di un idolo, o semplicemente a caso) e proseguita seguendo alcune delle tracce che questi primi hanno suggerito.
Opener vuole essere un piccolo sentiero, con tanti bivi: mi auguro che i lettori scorgano, tra le biforcazioni incontrate lungo la via, qualche strada da intraprendere quando avranno riposto questo libro nello scaffale.
E, soprattutto, si propone come libro inaugurale per chi, nel corso della propria vita, non ha avuto l’opportunità di apprendere la lingua che dà accesso alle biblioteche del baseball.
Spero che tanti, grazie a Opener, possano iniziare a scrivere il proprio personale libro di storia.
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